Homo floresiensis – Un Homo hobbit!

Ormai 17 anni fa, comparve nel record fossile una delle specie umane più dibattute, la cui storia evolutiva non è ancora totalmente compresa, l’Homo floresiensis.

La prima scoperta di questo “nuovo” ominine è attribuita ad un gruppo di ricerca indonesiano-australiano, capeggiato dal paleo antropologo Michael Morwood. Nel 2003, il team trovò LB-1, uno scheletro femminile dalle dimensioni estremamente ridotte. La scoperta fece subito scalpore: il minuscolo essere umano sembrava essere vissuto circa 80 mila anni fa nella grotta di Liang Bua, sull’isola di Flores, in Indonesia. In tutto furono trovati resti scheletrici riferibili a 8 individui, ma l’unico cranio apparteneva all’esemplare LB-1. [1]

 

La grotta di Liang Bua, sull’isola di Flores. © https://storia-controstoria.org/

 

Isola di Flores

L’isola in cui è stato trovato LB-1 fa parte dell’arcipelago delle Piccole Isole della Sonda e ha una superficie di 14300 km2. Su di essa sono presenti alcuni vulcani attivi e animali molto rari. Flores è l’unica isola, oltre a Komodo, in cui sono presenti gli omonimi varani allo stato selvatico, ma possiamo trovare anche una specie di ratto gigante endemico. [2]

 

La localizzazione dell’isola di Flores, su cui sono stati scoperti i reperti appartenenti a Homo floresiensis. © https://it.wikipedia.org/

 

Torniamo alla nostra scoperta…

Lo scheletro presenta tratti unici, come la bassa statura (stimata a 106 cm) e le piccole dimensioni del cervello. Per questo, gli scienziati hanno attribuito i resti dell’individuo ad una nuova specie: Homo floresiensis, dal nome dell’isola su cui è stato scoperto. La sua capacità cranica era limitata, di circa 350-400 cm cubici, molto simile a quella degli australopiteci. Le caratteristiche dello scheletro post craniale erano, invece, di un bipede. Gli scheletri di Homo floresiensis mostrano, quindi, un mosaico di caratteristiche, alcune più moderne e altre piuttosto primitive. Un esempio riguarda il fatto che avesse gambe corte in proporzione alle braccia, piedi lunghi e piatti, ossa del polso primitive e pollici relativamente moderni.
Per questo, l’Homo floresiensis è stato soprannominato “Hobbit”.

Il cranio

 

Homo floresiensis
Una riproduzione del cranio dell’Homo floresiensis. © https://it.wikipedia.org/

 

Come vediamo nell’immagine, il cranio era molto ridotto, circa un terzo del nostro, e, rispetto a queste dimensioni, i denti erano molto grandi. Nonostante le piccole dimensioni del corpo e del cervello, H. floresiensis creava e utilizzava strumenti di pietra, con cui probabilmente cacciava piccoli elefanti e grandi roditori. Non solo, pare che affrontasse anche predatori come i draghi giganti di Komodo e potrebbe aver usato il fuoco. [3]
La maggior parte dei reperti relativi a H. floresiensis risalgono a un periodo compreso tra 100 e 60 mila anni fa, ma gli strumenti in pietra ritrovati sono stati datati tra 190 e 50 mila anni fa. Nuove datazioni hanno stimato età ancora più recenti, riferibili a periodi in cui Homo sapiens era già presente nella zona. [4]

Come ci spieghiamo queste dimensioni così ridotte? Qual è stato il percorso della sua storia evolutiva?
Nel tempo sono state esplorate un’ampia gamma di potenziali spiegazioni per l’evoluzione di questa specie.

Nanismo insulare

Una delle prime ipotesi ad essere formulate riguarda il fatto che H. floresiensis derivi dall’Homo erectus asiatico, che arrivò sull’isola di Flores e successivamente sviluppò dimensioni corporee più piccole. [5]
Ma come è possibile? Questo viene spiegato dal fenomeno del nanismo insulare. Un processo evolutivo che risulta dall’isolamento a lungo termine su una piccola isola con risorse alimentari limitate e mancanza di predatori. Gli elefanti nani, ora estinti, rinvenuti sull’isola e appartenenti al genere Stegodon, hanno mostrato lo stesso adattamento. Le specie più piccole conosciute di Homo e Stegodon si trovano entrambe sull’isola di Flores. Per ora, però, non sono noti resti fossili di H. erectus sull’isola e, comunque, la riduzione delle dimensioni corporee non riesce a spiegare la diminuzione così importante della capacità cranica.

Un sapiens patologico?

Un’altra ipotesi è quella di Robert Eckhardt, professore di Genetica dello Sviluppo e dell’Evoluzione, Maciej Henneberg, docente di anatomia e patologia, e Kenneth Hsü, geologo e paleoclimatologo. Nella loro ricerca, risalente al 2014 e pubblicata su “Proceedings of the
National Academy of Sciences” (PNAS), viene chiarita la loro posizione. Secondo loro, l’esemplare L-B1 è in realtà un Homo sapiens affetto da una patologia. Come vi ho già detto, l’unico cranio che conosciamo dell’Homo floresiensis appartiene a questo individuo. Le misurazioni effettuate sulle ossa di LB-1, secondo gli autori, sono tipiche di individui affetti da trisomia 21, la sindrome di Down. [6]
Le prove citate sono l’asimmetria craniofacciale, un disallineamento sinistro-destro del cranio tipico di questa sindrome, ma anche la circonferenza occipito-frontale e un disturbo nello sviluppo delle ossa.

Le polemiche

In seguito alla pubblicazione di questo articolo, nacque un vero e proprio dibattito. Alcuni studiosi di evoluzione umana hanno fortemente contestato lo studio, sostenendo che gli autori avrebbero accomodato i risultati con lo scopo di avere risonanza mediatica. Infatti, non sembrano esistere persone affette da sindrome di Down con quella proporzione degli arti. Inoltre, secondo loro, i problemi riferibili alle metodiche utilizzate sarebbero emersi con la procedura peer-review.

Peer-review

Prima di essere pubblicato, infatti, un articolo deve essere letto ed eventualmente corretto da altri esperti del settore, con lo scopo di pubblicare ricerche basate su principi scientifici ben definiti. Anche la rivista PNAS, su cui è stato pubblicato l’articolo, è peer-reviewed; ma c’è un’eccezione, che riguarda i membri della National Academy of Sciences USA, da cui la stessa viene prodotta. Per i membri di questa accademia, all’interno della quale si trova anche uno dei ricercatori coinvolti nella ricerca, è possibile scegliere i nomi dei “giudici” che valuteranno il loro lavoro. Di conseguenza, si può pensare che l’articolo sia stato inviato a nomi “amici”, con lo scopo di rendere meno pesante il processo di peer-review. [7]

La soluzione?

Un articolo risalente al 2017 ha cercato di chiarire definitivamente questi aspetti. [8] Secondo la pubblicazione, Homo floresiens dovrebbe essersi evoluto da una specie di ominini che lasciò l’Africa ben prima di H. erectus. Esso migrò al di fuori del grande continente circa 1,7 milioni di anni fa. La ricerca, pubblicata sul “Journal of Human Evolution”, si propone di dare una collocazione filogenetica al nostro piccolo Hobbit.

 

Homo floresiensis
Nell’immagine osserviamo una delle ricostruzioni filogenetiche ottenute con l’analisi. Notiamo che Homo floresiensis sembra essere una specie sorelle di H. habilis. In ogni caso, ci sarebbe una stretta relazione filogenetica tra le due. © https://doi.org/10.1016/j.jhevol.2017.02.006

Secondo le analisi dei caratteri craniali, dentali e postcraniali, Homo floresiensis sarebbe una specie sorella di Homo habilis. L’antenato africano sarebbe migrato al di fuori dell’Africa circa 2 milioni di anni fa.
Non sappiamo ancora l’identità di questo antico progenitore. Potrebbe essere Homo habilis, una forma di Homo ancora più precoce a noi sconosciuta, o magari ancora un tardo Australopithecus, strettamente imparentato con il genere Homo.

Conclusioni

Come penso abbiate capito, non esiste una teoria accettata da tutta la comunità scientifica. Nel tempo si sono sviluppate fazioni portavoci di teorie molto diverse. L’ipotesi più probabile sembrerebbe essere l’ultima che vi ho citato, ma domani ne potrebbe uscire una nuova che
potrebbe mettere in discussione tutte le altre. Insomma, l’evoluzione è tutto tranne che qualcosa di semplice, soprattutto quella umana. Nuove scoperte sono sempre dietro l’angolo, in attesa di essere scavate!

Erika Heritier

Mi chiamo Erika e sono laureata in Scienze Naturali all'Università di Torino, mentre ora frequento la magistrale in Scienze dei Sistemi Naturali (che fantasia!) e mi diverto a scrivere. Cosa vorrei fare nella mia vita? Far conoscere la natura e le sue mille sfaccettature alle persone, studiose e non. Le scienze della natura sono interessanti, ricche di piccoli segreti e misteri da portare alla luce. Conoscere la natura significa anche rispettarla e migliorare il proprio rapporto con l'ambiente, in modo da cambiare, di conseguenza, la nostra società.

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