Tatuaggi e Sistema Immunitario

Perché i tatuaggi non scompaiono? Perché sbiadiscono con il tempo?

Tutta una questione di strati (di pelle) e di sistema immunitario.
Tatuaggi.

Chi è contro, chi è a favore. Chi li considera arte, chi deturpazione. Per un motivo poco comprensibile, sono ancora un tema controverso da trattare.

I tatuaggi hanno una storia tortuosa e un’origine lontana nella storia. Il termine italiano deriva dal francese “tatouage”, dal verbo “tatouer”, che è un adattamento del termine anglosassone “tattoo”, preso in prestito dal samoano “tatau”, ossia la tecnica di decorazione pittorica corporale.

L’arte di tatuare ha origini antiche e se ne trovano manifestazioni in ogni era della storia umana. Tatuaggi cosiddetti “terapeutici” si trovano sui corpi mummificati dei primi uomini (ad esempio nei tumuli kùrgan risalenti al 4000 a.e.c.), fra gli inuit dell’artico e i maori della Polinesia, ma anche fra i pellegrini medioevali e gli sciamani egizi ai tempi dei faraoni.

La storia dei tatuaggi è estremamente interessante e vi consiglio fortemente di approfondirla. Ma non siamo qui a parlare di questo.

Non vi siete mai chiesti come facciano a rimanere dove sono? Perché (quasi) ogni ferita sembra sparire guarendo e il semplice inserimento di inchiostro attraverso un piccolo ago invece genera una modificazione così permanente?

Tutta una questione di strati.

“Tatuare” significa inserire un pigmento (una sostanza in grado di modificare il colore di un materiale) all’interno della pelle, ossia un sistema stratificato complesso fatto di vari livelli. Per la riuscita del processo, è fondamentale che il colore venga depositato nel “derma”.

Il derma (dal greco δέρμα, dèrma, letteralmente “pelle”) è lo strato della cute sotto lo quello più  esposto, detto “epidermide”. È costituito da tessuto connettivo ed è ricco di vasi sanguigni e terminazioni nervose. L’abbondanza di fibre di collagene (che è il principale componente del tessuto connettivo animale), garantisce al tessuto la caratteristica elasticità e resistenza alle trazioni, ma non al taglio e alla perforazione. Quest’ultima strategia è quella utilizzata nell’atto di tatuare, motivo per il quale questo procedimento coinvolge aghi, perforazione cutanea e (a volte copioso) sanguinamento.

Tatuaggi e sistema immunitario

L’ago, caricato di una certa quantità di pigmento, inserisce il colore nella pelle. Questo colore è un materiale estraneo (xenobiotico) quindi a seguito dell’iniezione il sistema immunitario si attiva riconoscendo una potenziale minaccia. Il pigmento, che ora è disperso lungo il foro fra l’epidermide e il derma attraverso il quale è stato inserito, viene attaccato da specifiche cellule immunitarie dette “macrofagi” o “fagociti”. I macrofagi (in maniera molto generale) sono cellule specializzate nel “mangiare” qualsiasi cosa che il corpo riconosce come estraneo al fine di neutralizzare la potenziale minaccia. Queste cellule “inglobano” il pigmento, riconosciuto come elemento non corporeo potenzialmente dannoso e lo mantengono nel loro citoplasma mentre tutto intorno il corpo inizia il processo di guarigione.

(Quasi) Permanente.

Con il passare del tempo il tatuaggio “guarisce”, l’epidermide danneggiata viene gradualmente persa (assieme alla quantità di pigmento in essa intrappolata). Nel derma però il discorso è diverso. Nello strato più profondo della pelle la presenza di fagociti “carichi” di pigmento promuove la formazione di “tessuto di granulazione”. Questo tessuto di granulazione rappresenta lo stadio intermedio di guarigione dei tessuti che (come il derma) sono altamente vascolarizzati, il tessuto di granulazione viene gradualmente trasformato in tessuto connettivo. Questo ripara la parte superiore del derma dove però il pigmento è rimasto intrappolato nei fagociti, e si stabilizza all’interfaccia fra l’epidermide e il derma.

Su scale di tempo più ampie (si parla di decenni) il pigmento tenderà a “migrare” verso strati più profondi della pelle, dove viene processato e rimosso dal corpo, causando il progressivo decolorarsi e sfumarsi dei tatuaggi.

Inchiostro o no?

Ciò che viene iniettato è una combinazione di pigmento e un agente “carrier”, per facilitare l’iniezione. Alcol etilico, acqua distillata, glicole propilenico e glicerina sono sostanze carrier perfette a seconda del pigmento e la sua maggiore o minore affinità per una specifica sostanza.

I pigmenti più comuni per la preparazione di inchistro per tatuaggi sono metalli. A seconda del colore desiderato si può usare nichel (nero), rame (blu o verde), alluminio (violetto o verde), zinco (giallo o bianco) e simili. Non sono rare anche sostanze organiche vere e proprie in grado di assumere svariati colori (dall’arancione al marrone al viola).

La base della stabilità dei tatuaggi non è altro che l’efficienza del nostro sistema immunitario!

Una antica “ricetta” di origine romana (di un certo Ezio) ci fa capire quanto quest’arte si sia evoluta con i secoli. Secondo la procedura di Ezio si devono mischiare “una libbra di corteccia di pino, due once di bronzo corroso nell’aceto, due once di bile di toro e un’oncia di solfato di ferro”. Questo composto denso andava strofinato sulla pelle del povero malcapitato, precedentemente bucata in profondità con uno spillo.

Chiamatemi codardo, ma preferisco di gran lunga il metodo moderno!

Tatuaggi e Fibroblasti
Fonte 2

La Storia dei tatuaggi! (da non perdere)
Approfondimento Video 1
Approfondimento Video 2

Luca Ricciardi

Chimico fisico dei sistemi biologici, laureato a Roma sia in triennale che in magistrale all'università "La Sapienza". Attualmente in Olanda nella ridente cittadina di Enschede per conseguire un PhD, cofinanziato da Royal Dutch Shell, riguardo la produzione di biocarburanti a partire da materiale di scarto agricolo.

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