Lo sballo del corridore, dalle endorfine ai cannabinoidi

Nella fase più severa del lockdown, per giorni sono stati per vittime di cyberbullismo e invettive random, additati come untori e diffusori del virus. Mentre nelle RSA (residenze per anziani) e nelle fabbriche il virus circolava senza particolari freni, loro sono stati insultati dai balconi e rincorsi dai droni: stiamo parlando dei runner.

‘Sti matti.

Tralasciando la parentesi sul fatto che la quarantena ci abbia trasformati in cacciatori di taglie (da terrazzo), cerchiamo di capire per quale motivo così tante persone amino la corsa e quali siano le ragioni alla base della necessità di molti di correre per lunghe distanze e frequentemente.

La ‘fattanza’ del corridore

La sensazione appagante post-corsa è un fatto accertato e ampiamente documentato in letteratura scientifica, consiste nel provare un senso di benessere al termine dell’esercizio fisico, che tende a dare assuefazione.

Per questo motivo, chi si avvicina al mondo del jogging spesso diventa abitudinario nel farlo, inizia a prenderci gusto e a migliorare le proprie performance, fino a sviluppare una sorta di “dipendenza”.

Il temine dipendenza in realtà non è del tutto inappropriato, proprio perché, come vedremo, in questo processo di innamoramento della corsa sono coinvolte sostanze che in qualche modo sono legate anche all’uso di droghe, tant’è vero che l’espressione inglese per descrivere il piacere del corridore è “runner’s high” ovvero lo ‘sballo del corridore’.

Siccome a utilizzare la parola “sballo” sono rimasti solamente mia nonna e gli sbirri in borghese, da qui in avanti parleremo di FATTANZA DEL CORRIDORE, perché noi siamo troppo millennials.

Un runner corre sulla spiaggia noncurante delle norme anti Covid-19 relative al distanziamento sociale © Baywatch

 

La fattanza del corridore è stata per anni associata a meccanismi psicologici, più che alla risposta fisiologica dell’organismo allo sforzo [1].

In pratica si riteneva che si sperimentasse il benessere e che si  diventasse abitudinari nel correre perché l’attività fisica faceva sentire più belli, più tonici ed in salute.

Una sorta di spinta narcisistica e salutistica all’allenamento.

A partire però dai primi anni 2000, ci si è resi conto che in realtà questo fenomeno era davvero molto più simile allo sviluppo di una dipendenza da sostanze stimolanti e che le endorfine erano direttamente coinvolte nel processo.

Le endorfine dei corrido-mani

Le endorfine sono dei neuropeptidi (piccole proteine secrete dal tessuto nervoso) che sono prodotte sia dagli animali che dall’uomo nell’ipofisi. Una volta rilasciate nel flusso sanguigno, sono in grado di legare i recettori degli oppioidi sulle cellule nervose del nostro corpo e inibiscono le congiunzioni tra questi recettori ed altre molecole che dal cervello sarebbero elaborate come stimoli del dolore.

Le endorfine in pratica, proprio come gli oppioidi, riducono la sensazione di dolore esattamente come fanno, ad esempio, la morfina o l’eroina.

Ma tutto questo che c’entra con la corsa? C’entra un sacco perché dopo una corsa prolungata (mediamente maggiore di 20 minuti) l’ipofisi del runner produce endorfine, che vengono quindi rilasciate nel suo sangue e che legano i recettori delle sue cellule nervose.
‘Sto tossico.

Il nesso tra la fattanza del corridore e le endorfine è stato ampiamente accettato per anni, fino però ad uno studio che ha mischiato le carte in tavola, svelando che a svolgere un ruolo ancora più importante sono gli endo-cannabinoidi.

Roba che Trainspotting avrebbe potuto raccontare le vite da fattoni di un gruppo di podisti altoatesini, senza scomodare i peggio tossici di Edinburgo, e invece… tutto da rifare!

Uno studio, tra l’altro, tanto bello nel suo disegno sperimentale, quanto stronzo verso le cavie che ne hanno fatto parte.

Le cose che non rientravano nella comune assunzione “le endorfine causano il runner’s high” erano due: innanzitutto che queste sostanze non potevano essere responsabili della sensazione di euforia, ma soprattutto che non sono in grado di oltrepassare la barriera-emato-encefalica (BEE).

La BEE è una struttura anatomica che protegge il tessuto nervoso da sostanze potenzialmente dannose per i neuroni, che potrebbero trovarsi nel sangue. Funziona come una specie di ‘filtro selettivo’ che lascia passare i nutrienti e i metaboliti essenziali per la vita delle cellule, ma blocca il passaggio a molecole di grandi dimensioni come, ad esempio, le endorfine.

Vediamo quindi come e perché sono coinvolti i cannabinoidi.

Il tossico-della-corsa, ma soprattutto tossico, Mark Renton produce una beta-endorfina (formula di struttura in basso) © Trainspotting

 

I runner sono in realtà dei “rolla-corrido-mani”

“Ah, ma quindi se mi faccio cannoni giganti a qualsiasi ora del giorno, allora sperimento anch’io il runner’s high?”
Eh no però figlio mio, se hai davvero capito ‘sta cosa allora abbiamo un problema… e con questo intendo dire “fuma di menooo!”

Le cose non stanno assolutamente così. Quando si corre non si produce il THC (il tetra-idro-cannabinolo, ovvero il principio attivo più famoso della cannabis), ma una classe di sostanze che hanno un effetto psicoattivo abbastanza simile, definita appunto “endo-cannabinoidi“, ed in modo particolare l’anandamide.

L’azione degli endocannabinoidi, che produciamo autonomamente e che quindi non vanno rollati nella mista col tabacco, causa una diminuzione nella percezione del dolore ed un effetto calmante e ansiolitico!

Uno studio del 2015 ha confrontato gli effetti dell’anandamide su topi di laboratorio facendoli esercitare dentro la classica ruota, che girava e li faceva correre sul posto [2].

Il campione dello studio era composto da 32 topi, divisi in due gruppi da 16 ciascuno; i due gruppi sono stati abituati alla possibilità di correre per circa una settimana e poi, al termine di questo periodo di training, a 16 di loro è stata bloccata la ruota, impedendogli così di fare esercizio.

A questo punto i due gruppi sono stati ‘triggerati’ con dei test comportamentali niente affatto simpatici, che chiameremo per comodità la “scatola oscura-cagati addosso” (una scatola buia, angusta e senza sbocchi) e la “piastra che scotta de li mortacci tua” (un piano di metallo scaldato gradualmente fino a causare un vero e proprio fastidio alle zampe delle cavie).

Cavie all’interno di uno strumento “piastra che scotta de li mortacci tua” sviluppato principalmente per la valutazione di studi di farmaci analgesici © Global Biotech

 

I Topi-Forrest Gump (i corridori), dopo un esercizio mediamente di 6 km, avevano nel circolo sanguigno una quantità di anandamide notevole, che era invece quasi totalmente assente nei Topi-Pantofolai (i non-corridori).

I risultati della scatola oscura-cagati addosso sono stati estremamente chiari. I Topi- Forrest Gump hanno tollerato molto meglio la situazione di stress e mostrato evidenti segni di ansia solo in tempi molto maggiori, se paragonati a quelli delle risposte comportamentali dei Topi-Pantofolai, che invece si sono spaventati da subito.

Risultati del tutto simili sono stati collezionati anche con la piastra che scotta de li mortacci tua.

I Topi-ForrestGump hanno mostrato di resistere molto di più a lungo alla sensazione di dolore; ancora una volta i Pantofolai sono stati più reattivi al fastidio dato dalla piattaforma, si sono innervositi molto prima e hanno iniziando più in fretta a cercare una via di uscita.

Finita questa prima parte dell’esperimento (che era già qua abbastanza stronzo), i topi sono stati reintrodotti nelle gabbie, nelle quali stavolta tutte le ruote erano lasciate libere di girare per un’ora.

Durante quell’ora i topi Pantofolai hanno corso mediamente il doppio dei ForrestGump a dimostrazione del fatto che avevano patito lo stress del test e che stavano in un certo senso scaricando la tensione accumulata con dell’esercizio fisico.

A questo punto l’esperimento (un po’ sadico) è stato portato a un livello più complesso e sono state fatte valutazioni di carattere più farmacologico,  per capire quali fossero le sostanze realmente responsabili delle differenti percezioni dell’ansia e del dolore dei gruppi di topi.

La prova della piastra scaldata è stata ripetuta per i topi corridori, ma stavolta ad alcuni di loro è stato somministrato un farmaco antagonista delle endorfine: questi continuavano a non patire particolarmente il dolore.

Quindi non erano le endorfine le principali responsabili della fattanza del corridore! O almeno non erano le endorfine che davano la diminuita percezione del dolore.

Un gruppo di topi FurrestGump è stato invece trattato con sostanze inibitrici dell’anandamide e… ba-bam! Eccoli che una volta messi sulla piastra questi hanno da subito scazzato malissimo, proprio come avevano fatto i pantofolai!

Altri studi hanno inoltre mostrato (nell’uomo) una correlazione tra la produzione di anandamide e l’incremento di  neurotrofine, che sono le molecole responsabili dello sviluppo e del corretto funzionamento dei neuroni. Le neurotrofine hanno anche proprietà antidepressive e questo aiuterebbe ancora una volta a spiegare in termini biochimici la fattanza del corridore.

Questo studio, condotto su esseri umani di sesso maschile, ha avuto come oggetto di studio un “campione di tossici di sport” che consisteva in un gruppo di 11 individui di sesso maschile che praticavano ciclismo con regolarità [6].

Il runner’s high si riferisce infatti a qualsiasi attività aerobica prolungata e non necessariamente sempre e solo alla corsa. Lo possono sperimentare ciclisti, calciatori, nuotatori, canoisti…

Il fatto, però, è che niente rende il concetto di drogato di sport meglio dell’immagine di un runner solitario, alle 6 del mattino, che corre come uno scemo, da solo, in mezzo alla nebbia della pianura padana con -3°C.

Solo lui.
E le nutrie.

Conclusioni sui corridori drogati di jogging

Sebbene le ragioni fisiologiche e biochimiche legate allo sviluppo della fattanza del corridore siano state oggetto di svariati studi, rimangono ancora parecchi dubbi e aspetti da indagare. In effetti le ricerche sono state condotte e pure utilizzando esperimenti abbastanza elaborati; la pecca è che i test sono stati svolti su “organismi modello” oppure con campioni tanto esigui di individui da non essere sufficienti a dare risultati di rilevanza statistica.

Il runner’s high risulta sicuramente frutto di processi psicologici legati al piacere ed alla migliore percezione di sé ed è sicuramente connesso alla produzione endogena di endorfine e di cannabinoidi, ma rimane, a tutti gli effetti, un fenomeno interessante sul quale c’è ancora molto da scoprire.

L’aspetto sicuramente più strano di tutta questa storia è che, mentre per alcuni la corsa è un piacere/sofferenza necessario e indispensabile, per altri questo bisogno non esiste proprio e c’è gente che non corre manco se gli sguinzagli contro i cani.

Ricordiamoci sempre che, senza diventare dei tossici della corsa, mantenersi in forma e fare esercizio fisico 2-3 volte a settimana non può che far bene al nostro stato di salute psico-fisico.

Studi scientifici e violenze sulle cavie possono dimostrarlo in modo quantitativo, ma prendere l’abitudine di fare sport ve lo mostrerà in maniera del tutto empirica

E dopo questo consiglio, degno del peggior servizio di Studio-Aperto, è davvero tutto!

 

Fonti:

 

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