Lingue e dialetti – politica e linguistica

Sardo, Veneto, Veneziano, Napoletano, Ladino, Siciliano. Lingue o dialetti?

Vi sarà di certo capitato, almeno una volta nella vita, di vedere un video su YouTube, o in un generico programma televisivo, in cui fosse presente una persona proveniente da particolari regioni e non capire assolutamente nulla di quello che stesse dicendo.

Diamine, nella serie “Gomorra” ci sono i sottotitoli quando i personaggi parlano in napoletano…

Eppure, alla domanda “Il napoletano o il veneto sono lingue o dialetti?” la risposta varia a seconda della persona che vi trovate davanti; ma siamo sicuri che non esista un criterio specifico per suddividere lingue e dialetti?

Lingue e Dialetti

Sì, siamo sicuri: in linguistica, non esistono definizioni univoche su come distinguere una lingua da un dialetto. La suddivisione resta abbastanza fumosa e relativa.

Anche linguisti del calibro di Leonard Bloomfield, pioniere della linguistica strutturale, restarono (e restano), bene o male, sempre dell’idea che la diatriba lingua-dialetto sia una materia totalmente soggettiva.

Cerchiamo, però, di affrontare il dibattito nella maniera più ‘oggettiva’ possibile.

La definizione ‘da vocabolario‘ della parola “lingua” (intesa come linguaggio, non come l’organo umidiccio che usiamo per deglutire) è:

Insieme di convenzioni necessarie per la comunicazione orale, e/o scritta, fra i singoli appartenenti a una comunità e basata sul consenso dei componenti della comunità.

Una lingua, per definizione, è un sistema di regole convenzionali per la comunicazione all’interno della comunità.

Se, però, applichiamo lo stesso procedimento alla parola “dialetto”, questa è la definizione ‘da vocabolario‘ che troveremo:

Sistema linguistico contrapposto a quella che, storicamente, si è imposta come lingua nazionale o di cultura.

Sistema linguistico? Vorrebbe dire che il dialetto è una sorta di lingua? Con calma.

A differenza della definizione di “lingua”, nel caso del dialetto salta subito all’occhio una chiara definizione a livello socio-politico. Intesa, abbastanza esplicitamente, con un senso di contrapposizione, e non di continuità, rispetto ad una “lingua nazionale”.

Ecco, io non sono totalmente d’accordo con questa definizione.

E sono sicuro che la Oxford Languages, da cui l’ho reperita, è tutta orecchi per sapere cosa ne pensa Luca di Missione Scienza.

Tutti parliamo un dialetto

Per dirlo nella maniera più generale possibile, il dialetto è una varietà di una lingua (opinione condivisa dalla maggioranza dei linguisti, tra l’altro); non intesa, necessariamente, come contrapposta ad una lingua nazionale.

Nella maggior parte dei casi, una comunità (etnica, politica o entrambe), arriva a definire una ‘versione standard’ della lingua. Ad esempio, io sto scrivendo in lingua italiana (o almeno, do del mio meglio nel farlo), che è la versione standard dell’italiano, che viene insegnato nelle scuole.

Nello specifico, l’italiano è il risultato di una serie di variazioni, accumulatesi nel corso dei secoli, che hanno portato il latino classico a diventare la lingua italiana moderna, passando attraverso latino volgare e tante altre fasi intermedie (per approfondire, vi consiglio di visitare questo sito, molto esaustivo e chiaro).

Ovviamente, questi cambiamenti non avvengono in maniera omogenea e ben definita, ma in maniera distribuita e non consistente.

Ogni regione, ogni città, ogni famiglia, ossia ogni conglomerato sociale, ha accumulato, progressivamente, le sue piccole varianti, a partire dal latino volgare.

Ed è qui che arriva la necessità di creare uno standard.

Infatti, è solo durante il 1500 che una delle varianti dell’italiano, specificamente quella toscano-fiorentina, viene elevata a modello standard per la lingua italiana, grazie al contributi degli autori illustri del 1300 (Dante, Petrarca e Boccaccio).

(fun fact, la seconda variante regionale in lista per essere la base dell’italiano standard era la variante siciliana)

Questa standardizzazione, però, non ha eliminato tutte quelle piccole differenze preesistenti, che sono state mantenute, in particolare quando la comunicazione è limitata all’interno della piccola comunità stessa.

Queste ‘linee parallele’ di evoluzione della lingua italiana sono quelle che hanno portato alla formazione del grande mosaico di differenze dialettali all’interno della penisola.

Differenze nella pronuncia, differenze nel lessico e/o nella costruzione delle frasi, le quali possono trovare origine in svariati fenomeni (che, se può interessarvi, possiamo approfondire in un altro articolo, fatecelo sapere nei commenti!).

Differenze, a volte, colmabili, ma comunque differenze.

D’altronde, noi esseri umani impariamo a comunicare tramite l’interazione con altri esseri umani della nostra comunità. Quindi, è totalmente comprensibile e non sorprendente che esseri umani cresciuti in Umbria abbiano dei pattern linguistici diversi rispetto a quelli cresciuti in Emilia-Romagna.

Dialetto e accento

ATTENZIONE! Non cadete nell’inganno del “Eh ma allora stai parlando semplicemente dell’accento…”

L’accento, inteso non come ‘l’accento sulla e’ et similia, si riferisce alla cadenza, all’intonazione e al modo di pronunciare le parole.

Il dialetto, che comprende l’accento, influenza il parlato anche sul tipo di lessico e sulla sintassi.

Queste differenze, osservate cumulativamente per agglomerati socio-culturali all’interno di una realtà nazionale, sono definiti “dialetti regionali”.

Insomma, noi italiani parliamo tutti italiano, ma ogni gruppo socio-culturali ha il suo dialetto dell’italiano.

Vi faccio un esempio (non dei dialetti italiani, non voglio causare un dramma).

Nella lingua spagnola standard (ossia lo spagnolo castigliano) la frase “mi piacciono molto gli articoli di Missione Scienza” si traduce:

los artículos de Misión Ciencia me gustan mucho

In una delle lingue minoritarie della penisola iberica, la lingua spagnola catalana, che, secondo la definizione di Oxford Languages, si classificherebbe come un dialetto (cosa che, ripeto, non è condivisa dalla maggior parte dei linguisti, né dal sottoscritto), la frase si traduce:

els articles de Missió Ciència m’agraden molt

Simile? Certo! Dialetto? Direi di no.

Azzardatevi a chiamare il catalano un dialetto dello spagnolo a Barcellona (o, peggio, a Girona), vediamo con quanti arti non spezzati ne uscite.

Ma quindi che si fa?

Ebbene, alcuni linguisti hanno proposto almeno un criterio per provare a capire se il veneto sia un dialetto dell’italiano, o queste siano due lingue diverse.

Una persona che parla veneto e una che parla italiano standard si capiscono a vicenda?

Se sì, è abbastanza probabile che una delle due sia un dialetto dell’altra. Se no, si tratta di due lingue diverse.

Apposto, io sono di Roma. Quando parla un veneto non ci capisco una ciosba. Quando, invece, parla un tipo di Pisa, bene o male lo seguo.

Dunque il veneto è una lingua, mentre il pisano è un dialetto.

Riuscite a percepire i problemi di questo ragionamento?

Il problema numero uno è lampante. Questo criterio non ci dice, anche nel caso abbiamo determinato che una delle due persone stia parlando un dialetto, quale delle due sia. Si parte dal presupposto, particolarmente arrogante, di essere NOI a parlare la lingua di cui l’altra persona dovrebbe star parlando un dialetto.

Come dicevano Aldo, Giovanni e Giacomo nel loro famoso sketch dei sardi “Il sardo è una lingua, l’italiano un dialetto!”.

Il problema numero due è ancora più grave (a mio avviso). Si basa sul fenomeno della mutua intelligibilità.

Il fatto che due persone che parlano lingue diverse si capiscano non necessariamente implica che una delle lingue che parlano sia un dialetto dell’altra.

Mutua intelligibilità in Europa

continuo di lingue e dialetti in europa, mappa dimostrativa
Questa bellissima e coloratissima mappa dimostra come (e quanto) moltissime persone che parlano lingue differenti si capiscano bene a vicenda. fonte

Noi italiani capiamo lo spagnolo abbastanza bene. Gli olandesi capiscono bene il tedesco. I norvegesi capiscono gli islandesi (più o meno).

Insomma, questo vuol dire che l’italiano è un dialetto dello spagnolo?

Assolutamente no. Vuol dire, semplicemente, che l’italiano e lo spagnolo (come il tedesco e l’olandese, o il castigliano e il catalano) sono lingue sorelle, ossia lingue facenti parte della stessa famiglia (nello specifico, spagnolo e italiano, assieme a francese, portoghese e varie altre, fanno parte della famiglia delle lingue romanze).

Tuttavia, anche qui non è così facile. Non è detto, infatti, che se un italiano capisca, bene o male, uno spagnolo, sia vero anche il contrario. Anzi, è abbastanza comune che questa cosa non sia vera (lo vedete rappresentato nella mappa con quelle deliziose frecce).

Conclusioni

Il problema è nella definizione.

I dialetti sono tutti delle lingue (o, per essere proprio iperpignoli, sistemi linguistici). Quindi sì, il veneto e il napoletano (e tutti gli altri dialetti italiani) sono lingue, ma sono anche dialetti.

Perché?

Perché non sono lingue ufficialmente riconosciute dallo Stato Italiano. Il problema è tutto lì. Cosa rende il catalano, il galiziano, il frisone, il crèolo haitiano e il giavanese ‘più lingue’ del siciliano e del sardo?

Il riconoscimento ufficiale delle autorità. Niente di più, niente di meno.

Il fatto che le lingue non siano ufficialmente riconosciute ferma le persone dal parlarle? Assolutamente no, anzi. In alcuni casi, il mancato riconoscimento da parte delle autorità (o, addirittura, osteggiati) porta le persone ad attaccarsi alla lingua, come, ad esempio, l’attaccamento alla lingua uigura o quelle curde (usate come manifesto di identità culturale ed etnica).

Come recita un detto yiddish.

a shprakh iz a dialekt mit an armey un flot
אַ שפּראַך איז אַ דיאַלעקט מיט אַן אַרמיי און פֿלאָט
Una lingua è un dialetto con un esercito e una bandiera
Non potrei mai essere più daccordo.

Luca Ricciardi

Chimico fisico dei sistemi biologici, laureato a Roma sia in triennale che in magistrale all'università "La Sapienza". Attualmente in Olanda nella ridente cittadina di Enschede per conseguire un PhD, cofinanziato da Royal Dutch Shell, riguardo la produzione di biocarburanti a partire da materiale di scarto agricolo.

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