La mente del serial killer: neurobiologia dello psicopatico

Nel film Joker del 2019, Joaquin Phoenix interpreta il famoso villain della DC comics, emblema del killer psicopatico. Il personaggio di Joker ha, in realtà, le caratteristiche peculiari del serial killer: sadico, carismatico, estremamente astuto e narcisista.

Joaquin Phoenix nei panni di Joker, lo spietato killer psicopatico e famoso villain della DC comics.

I serial killer spesso commettono crimini così atroci che è legittimo pensare che abbiamo non solo dei disturbi psicologici, ma anche disfunzioni fisiologiche. Cosa succede, quindi, nella mente dei serial killer? Cosa ci dice la neurobiologia riguardo gli psicopatici?

La psicopatia

Il termine “psicopatico” è comunemente usato in criminologia e spesso si associa con un disturbo mentale. In realtà, la patologia in questione è stata più volte rivalutata e, ad oggi, la terminologia più adatta è quella che la indica come disturbo antisociale di personalità, come presenta il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders.

Negli anni ’70, lo psicologo canadese Robert D. Hare sviluppò un test psicologico (Psycopathy Checklist-Revised o PCL-R) per la valutazione della psicopatia in modo da differenziarla dal disturbo antisociale. In quello che viene chiamato “il test del serial killer”, una serie di domande coprono 20 punti essenziali organizzati in due categorie chiamate fattori.

Il fattore uno valuta il narcisismo aggressivo. Persone affette da narcisismo aggressivo mostrano dei tratti caratteristici della propria personalità. Percepiscono sé stessi come grandiosi, sono abili manipolatori e mancano di empatia.

Il secondo fattore, secondo Hare, determina se il soggetto ha uno stile di vita socialmente deviante. In questo ambito si nota, ad esempio, che lo psicopatico è molto impulsivo, irresponsabile e instaura relazioni instabili con promiscuità sessuale. Questi problemi comportamentali hanno insorgenza precoce e possono portare a delinquenza minorile.

Psicopatici si nasce?

C’è una base biologica comune negli assassini seriali ed è l’attività neurochimica della serotonina, una sostanza prodotta nel sistema nervoso centrale, responsabile della regolazione del tono dell’umore e dell’empatia.

Una bassa attività serotoninergica è correlata con episodi di violenza impulsiva e auto-distruttiva. Alti livelli di serotonina e dopamina sono connessi invece a comportamenti aggressivi.

Le monoammino ossidasi A (MAO-A) sono degli enzimi coinvolti nel metabolismo della serotonina e la loro funzione è regolata a livello genetico. Uomini con bassi livelli di attività MAO-A hanno una probabilità tre volte superiore di commettere un crimine violento rispetto a chi ha dei livelli nella norma.

La genetica del killer

La funzionalità delle MAO-A è determinata da varianti del gene che codifica per questi enzimi. Il gene “killer” si trova sul cromosoma X ed è, quindi, sempre ereditato dalla madre. Negli esseri umani, infatti, le femmine hanno come cromosomi sessuali due cromosomi X, mentre i maschi hanno un cromosoma X e un cromosoma Y.

Se un donna (XX) eredita la variante genetica “killer”, la funzionalità delle MAO-A è mantenuta a livelli stabili dalla controparte standard del gene presente sull’altro cromosoma X.

Se, invece, ad ereditare la variante MAO-A “killer” è un uomo (XY), il gene, mancando di un altro cromosoma X, non ha una controparte standard e l’attività dell’enzima risulta ridotta.

La genetica delle MAO-A, essendo legata al cromosoma X, è forse il motivo per cui si ha una maggiore probabilità che un serial killer sia di sesso maschile piuttosto che una donna.

Il fattore genetico non regola solo il gene MAO-A, ma è anche alla base di numerosi disordini psichiatrici come il disturbo bipolare, la depressione e la schizofrenia. Tuttavia, nel caso del disturbo antisociale, si deve tener conto di altri importanti fattori oltre la genetica come, ad esempio, le condizioni socio-ambientali.

Schematizzazione dell’eredità genetica legata al cromosoma X. – U.S National Library of Medicine.

Psicopatici si diventa?

Studi epidemiologici hanno dimostrato un’associazione tra complicazioni prenatali o infantili con l’insorgenza di un comportamento antisociale. Cosa si intende per complicazioni prenatali o infantili? Per capire a fondo uno psicopatico bisogna indagare sulla sua famiglia.

Tra le problematiche ambientali, lo status socioeconomico in cui un potenziale psicopatico cresce rappresenta un punto essenziale. Molto spesso, coloro che commettono crimini efferati provengono da un substrato sociale povero (a volte rurale) e crescono in un nucleo familiare disfunzionale. Traumi infantili possono quindi giocare un ruolo fondamentale nella mente di un futuro serial killer. Tuttavia, è bene sottolineare, che questa generalizzazione non è sempre valida.

Ted Bundy è stato uno dei più prolifici serial killer del secolo scorso. Fu cresciuto in una famiglia altamente disfunzionale con episodi di violenza e razzismo. Sua madre gli fece credere di essere figlio dei suoi genitori (in realtà suoi nonni) e di essere, quindi, suo fratello invece che suo figlio. Immaginate di scoprire che tua sorella è, in realtà, tua madre!

Un altro importante fattore è l’abuso di sostanze, come alcol e droga, da parte dei genitori e, in particolar modo, da parte della madre durante la gravidanza. La dipendenza da alcol e droghe può infatti avere effetti sullo sviluppo mentale e comportamentale del nascituro.

Il cervello dello psicopatico

Uno studio condotto dallo psicologo britannico Adrian Raine ha mostrato che soggetti affetti da psicopatia hanno una ridotta materia grigia e un’aumentata materia bianca nei lobi frontali del cervello. Questa caratteristica, rivelata attraverso la risonanza magnetica, potrebbe rappresentare un cambiamento nello sviluppo dei circuiti neurali del cervello.

I lobi frontali del cervello sono altamente suscettibili a lesioni. Un trauma alla testa o abusi in età infantile possono causare danni che influiscono sul controllo dei centri neurologici che regolano le emozioni. Ciò può contribuire a creare una personalità emotivamente disinibita o incapace di controllare le proprie emozioni.

Queste alterazioni della porzione fronto-temporale del cervello vanno però di pari passo con un’intatta capacità cognitiva. I serial killer non perdono la ragione, piuttosto, hanno un’alterazione della percezione morale con una chiara coscienza dell’atrocità del crimine commesso. Questo è forse il fattore che mette più i brividi. La piena consapevolezza delle proprie azioni e la totale mancanza di rimorso o empatia.

Il curioso caso di James Fallon

James H. Fallon è un neuroscienziato americano e professore di psichiatria e neurobiologia alla University of California, Irvine School of Medicine. Attraverso l’uso della risonanza magnetica, Fallon confermò che alterazioni nella parte fronto-temporale del cervello sono legate a manifestazioni psicopatiche.

Quando James decise di sottoporsi lui stesso allo scan cerebrale fece un’amara scoperta. Il suo cervello aveva i connotati di un perfetto psicopatico. Eppure, il dottor Fallon è un padre di famiglia, un uomo di successo e assolutamente non violento.

 

Le aree della corteccia prefrontale controllano il comportamento e processano le emozioni. Queste aree sono quelle maggiormanete affette nel cervello degli psicopatici.

Perchè, in questo caso, un psicopatico non è diventato un killer spietato? Lo stesso Fallon, dopo aver digerito la notizia, si è definito uno psicopatico non-violento. Cresciuto da una buona famiglia, non è stato indotto alla violenza, un esempio vivente di come l’ambiente sociale possa sovvertire le regole della biologia.

Diventare un serial killer non è, quindi, cosa semplice, ma il risultato di una serie di sfortunati eventi: predisposizione genetica, traumi cranici o abusi in età infantile, un ambiente sociale degradato con esposizione alla violenza e, infine, un’alterazione delle aeree fronto-temporali del cervello.

Fonti:

Mendez MF. The unique predisposition to criminal violations in frontotemporal dementia. J Am Acad Psychiatry Law. 2010;38(3):318-323.

Raine, A., & Sanmartín, J. (Eds.). (2001). Violence and Psychopathy. doi:10.1007/978-1-4615-1367-4

Hare, R. D. (2003). Manual for the Revised Psychopathy Checklist (2nd ed.). Toronto, ON, Canada: Multi-Health Systems.

Clare S. Allely, Helen Minnis, Lucy Thompson, Philip Wilson, Christopher Gillberg. Neurodevelopmental and psychosocial risk factors in serial killers and mass murderers. Aggression and Violent Behavior, Volume 19, Issue 3, May–June 2014, Pages 288-301.

Marta

Scienziata italiana, ricercatrice nel Regno Unito. Impiego sempre troppo tempo a spiegare che, pur essendo un dottore, non sono un medico. Mi occupo di ricerca sul cancro, immunoterapia e cerco di capire come funziona lo stress nel corpo umano.

2 pensieri riguardo “La mente del serial killer: neurobiologia dello psicopatico

  • 29 Agosto 2020 in 11:20
    Permalink

    Grazie, un articolo scritto benissimo : finalmente delle informazioni interessanti e approfondite ma comprensibili anche a chi non è dottore, medico o altro.
    Grazie

    Rispondi
    • 29 Agosto 2020 in 11:47
      Permalink

      Grazie a te!
      Fa piacere sapere che il nostro lavoro viene apprezzato.
      Continua a seguirci.

      Un saluto,
      Marta.

      Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *