L’invisibile impronta dell’uomo

Negli ultimi tempi molti avranno sentito parlare di Ecological footprint (impronta ecologica) e Carbon footprint (impronta del carbonio), ma cosa si intende con questi termini?

Per gli amanti anglofoni non ci sarà alcun dubbio sulla traduzione, ma quanto conosciamo bene il significato e l’importanza dell’impronta ecologica e l’impronta di carbonio?

Ogni azione che compiamo e scelta che facciamo nel quotidiano provocano inevitabilmente degli squilibri all’ambiente, perché aumentiamo le richieste (in primis dell’approvvigionamento) per soddisfare le nostre esigenze di vita.

I 17 goal dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile intendono guidare le nazioni verso azioni più sostenibili. [1]

L’aumento esponenziale della popolazione mondiale (il principale driver di stress ambientale) ha “preso piede” nell’Era dell’Antropocene, diminuendo sempre di più la disponibilità delle risorse della Terra in breve tempo, la quale, però, ha bisogno delle sue tempistiche per far crescere nuovamente quel che le abbiamo sottratto.

“Quante risorse consumiamo per vivere?”

È la domanda di partenza che, necessariamente, porta le istituzioni a determinare il calcolo ecologico eseguito con queste due principali metriche ambientali.

Quali sono, però, le differenze tra queste? Quali sono le conseguenze e le possibili soluzioni per ridurre l’impatto sull’ambiente?

Carbon Footprint, Ecological Footprint e LCA

L’impronta climatica (o di carbonio), l’impronta ecologica e la valutazione del ciclo di vita (LCA, dall’inglese Life-Cycle Assessment) sono i tre metodi principali di calcolo per misurare l’impatto ambientale delle attività antropiche, con lo scopo di conoscere le prestazioni delle attività umane e poterle migliorare per vivere in modo resiliente con il pianeta.

Tra questi, l’analisi del ciclo di vita (LCA) è il metodo di calcolo più complesso e dettagliato, perché necessita di più specifici indicatori (come l’acidificazione dei terreni, il consumo dell’ozono, la tossicità, l’eutrofizzazione, le polveri sottili, etc.).

Modello semplificato di un esempio del ciclo di vita di un prodotto che può essere analizzato con LCA.

Da questa analisi è possibile risalire ad una buona parte degli impatti ambientali diretti dovuti alla produzione di un oggetto o alla realizzazione di un servizio, con la possibilità di ricongiungere le cause e le conseguenze dell’impatto complessivo.

Vediamo nel dettaglio le due impronte di calcolo più “semplici”.

L’Impronta Ecologica

L’Ecological Footprint è la metrica che misura il costo ambientale di un prodotto o un servizio. Infatti, l’impronta ecologica stima la quantità di risorse ecologiche e servizi ecosistemici necessari per soddisfare i bisogni antropici (cibo e acqua, energia e abitazioni).

L’indicatore viene confrontato con uno standard, la biocapacità terrestre, che definisce la capacità massima del pianeta di produrre le medesime risorse.

La differenza tra l’impronta ecologica e la biocapacità permette di identificare se nel tempo si è verificato un surplus o deficit a livello ecologico dell’insieme delle risorse naturali (non tutte però sono rinnovabili, come il suolo che è una risorsa necessaria quanto limitata).

L’Impronta Ecologica di ogni città, stato o nazione può essere confrontata con la sua biocapacità. Nell’immagine la biocapacità è rappresentata dall’orma che viene messa a confronto con energia, costruzione, legname e carta, cibo e fibre, prodotti del mare. [2]

Il deficit ecologico si manifesta quando vengono sfruttate più risorse rispetto al naturale processo di crescita delle stesse (sovrasfruttamento). Significa, quindi, che la richiesta della popolazione supera le tempistiche rigenerative della Terra.

Le attività correlate alla produzione nell’intera filiera di un qualsiasi prodotto provocano pressioni sull’ambiente, per questo vengono calcolati i parametri di interesse nel processo, partendo dalla materia prima al rifiuto (from cradle to grave).

La biocapacità può essere riferita anche a una singola città o una nazione, perché rappresenta la sua area biologicamente produttiva di pascoli, terreni forestali, coltivati, edificati e di mare (zone di pesca).

L’Impronta di Carbonio

L’impronta climatica, o Carbon Footprint, si occupa, invece, di misurare l’emissione complessiva di gas serra provenienti da tutte le fasi di produzione di un oggetto o servizio. Questa, a differenza dell’Ecological Footprint, è una misura parziale, utile per dare una prima indicazione di quale prodotto/servizio ha un maggiore costo ambientale. Si sofferma, infatti, solo sul calcolo delle emissioni dirette di CO2 equivalente.

Questa metrica, seppur limitata, misura il contributo delle attività umane al cambiamento climatico, stimando la quantità totale, diretta e indiretta, di emissioni in GHG (Greenhouse Gases, ovvero gas serra) associate a un individuo, prodotto, servizio, evento e/o attività di un’organizzazione o addirittura l’intera nazione, in base alla reperibilità dei dati.

Un capo di abbigliamento ricavato da fibre vegetali può avere, ad esempio, un impatto ambientale complessivo maggiore (determinato da LCA) rispetto ad uno creato da fibre sintetiche, anche se la sua impronta di carbonio risulta più bassa. Perché? L’elevata richiesta idrica e l’utilizzo di pesticidi delle attività agricole, connesse alla produzione di fibre vegetali, sono fattori che non vengono considerati nel calcolo dell’impronta di carbonio.

Curiosità:

Le Nazioni Unite hanno collaborato con una delle maggiori aziende di videogiochi per creare  un’esperienza virtuale che aumenti la consapevolezza del pubblico sul tema del cambiamento climatico generato dal proprio stile di vita.

Un esempio: l’impatto di un hamburger

Qualsiasi prodotto alimentare ha il suo costo ambientale.

Il classico americano hamburger e patatine, è stato preso come esempio per stimarne il costo ambientale, essendo uno dei piatti più inquinanti in termini di allevamento, agricoltura e uso idrico.

Costo idrico (in LITRI) di un solo hamburger scomponendo ogni singolo ingrediente: 83 litri di acqua usati per ricavare 2 fette di pane, 408 litri di acqua per 3 fette di bacon, 151 litri per 1 fetta di formaggio, 2500 litri per un hamburger, 4 litri per 2 fette di pomodoro e 0.7 litri per una foglia di insalata. [3]

Le ricerche dimostrano che se tutte le mucche esistenti potessero formare una nazione, sarebbero la terza più grande al mondo a livello di emissioni di gas serra.

Per questo e altri motivi, la produzione di carne è uno dei processi produttivi più impattanti sull’ambiente, lasciando un’impronta significativa sul pianeta.

Per produrre un hamburger di manzo sono necessarie numerose risorse, spesso impercettibili se guardiamo il piatto pronto sul tavolo:

  • con circa 2.000 litri per hamburger (il contenuto di una piscina olimpionica) si possono ricavare 1.250 hamburger
  • con 1.000 litri in più, è possibile aggiungere anche delle fettine di pancetta e formaggio a panino

… e non abbiamo considerato l’insalata, il pane e altri ingredienti sfiziosi!

Quindi, in base a questa analisi dell’hamburger, se 1.250 persone mangiano un solo panino farcito, è come se, in termini di costo ambientale, bevessero circa 3.000 litri di acqua virtuale in 10 minuti (il tempo medio per leccarsi anche i baffi)!

Piccolo inciso: per acqua virtuale si intende quantità di acqua dolce (freshwater) utilizzata nella produzione e nella commercializzazione di alimenti e beni di consumo.

L’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura prevede un aumento del 76% del consumo globale di carne entro il 2050, a causa della sua crescente richiesta.

Al centro della questione ambientale è il modo in cui la carne viene prodotta (allevamenti intensivi o “biologici”) e consumata.

Pensate che questi calcoli e analisi sono stati fatti per diversi prodotti e servizi, tra cui anche internet!

L’Earth Overshoot Day e gli effetti dell’Antropocene

Il sovrasfruttamento (overshoot) delle risorse terrestri è un deficit ecologico dovuto al superamento del limite massimo garantito dalla Terra (la biocapacità, come detto sopra).

I danni maggiori li provocano:

  • Il prelievo troppo veloce delle risorse
  • La produzione di quantità enormi di scarti prodotti, difficilmente gestibili

L’organizzazione internazionale non-profit, Global Footprint Network, ogni anno calcola l’Earth Overshoot Day, che indica il giorno in cui l’umanità consuma interamente le risorse prodotte dal pianeta nell’intero anno. Quest’anno è stata posticipata al 22 agosto, a causa della crisi economica dovuta al lockdown (nel 2019 era il 29 luglio), traducibile come una riduzione del 9,3% dell’impronta ecologica dell’umanità tra il 1 gennaio e il 22 agosto 2020.

Istogramma delle impronte ecologiche negli anni a livello globale. L’umanità ha utilizzato le risorse che produrrebbero ben 1.6 pianeti Terra (0,6 volte oltre il massimo consentito). [4]

L’equilibrio naturale: i serbatoi sequestrano la CO2

I serbatoi naturali di carbonio (oceani, foreste, suolo) sono depositi naturali (carbon sink) che assorbono il carbonio (C) dall’atmosfera, riducendo l’eccesso di anidride carbonica (CO2), il principale gas climalterante.

In questo modo “spontaneo” i serbatoi naturali di carbonio “catturano” la CO2, bilanciandone, così, le emissioni che derivano dalle sorgenti antropiche (industrie, mezzi di trasporto etc.). Questo avviene attraverso processi chimici che “sequestrano” questo gas serra (stock di carbonio) dall’aria; promuovendo la scissione della molecola di CO2 che trasformano in energia utile e ossigeno.

Le foreste

Attraverso il processo di fotosintesi le foreste, che coprono 1/3 del suolo terrestre, sottraggono la CO2 dall’atmosfera, trasformandola in energia. Sono tanti i fattori che influenzano il processo di assorbimento di carbonio, considerando una serie di variabili ambientali (variazioni meteorologiche, stress, etc.).

Modello del ciclo del carbonio nella biomassa vegetale terrestre. [5]

Ad esempio, un albero di specie arborea di alto fusto, in clima temperato situato in contesto urbano (quindi sotto pressioni ambientali che ne limitano la crescita) si stima possa compensare in media i 10 ed i 30 kg CO2/anno, in un periodo di 20-40 anni.

Il suolo

Anche i terreni, le paludi e, addirittura, le discariche possono sequestrare il carbonio, salvo nei casi estremi (terremoti, siccità, sovrasfruttamento etc.), anche se in tempi molto lenti.

Il carbonio nello strato del suolo crea materiale organico, come humus e altri composti, e/o si lega ai minerali del sottosuolo. Le attività antropiche, però, anche in questo caso possono compromettere l’equilibrio del carbonio intrappolato.

Gli oceani

L’assorbimento di CO2 da parte degli oceani avviene attraverso il delicato equilibrio della catena trofica (alimentare) lungo la colonna d’acqua (dalla superficie dell’acqua agli abissi) ed il processo chimico definito “pompa di solubilità”. Un eccesso di assorbimento di questo gas può innescare il processo di acidificazione dell’acqua marina, che compromette la crescita di numerose specie marine e gli equilibri biogeochimici.

Ocean Carbon Uptake Image
Modello di ciclo del carbonio nell’oceano. [6]

Le soluzioni

Catturare artificialmente la CO2

Gli scienziati hanno sviluppato una metodo che è ancora in fase di studio, il CCS (Carbon Capture and Storage), un metodo di mitigazione efficiente e ripetibile di storage (stoccaggio) del carbonio, un processo artificiale con il quale viene isolata la CO2 dall’aria e incamerata in depositi sotterranei. Il metodo è però molto costoso e richiedono lunghi trasporti, nonché un miglioramento delle performance tecniche.

Il calcolo della propria impronta ecologica

Nell’era dell’Antropocene, le attività antropiche hanno trasformato il 50% e il 75% della superficie terrestre per costruire, per estrarre metalli e combustibili fossili, etc. Se riuscissimo singolarmente a conoscere il nostro impatto sull’ambiente, potremmo prendere provvedimenti più concreti per cambiare gradualmente i nostri stili di vita.

Questo però è possibile!

L’impronta ecologica può calcolare non solo il fabbisogno della popolazione, ma anche del singolo individuo. Ognuno di noi, infatti, fa delle scelte quotidiane indirette. Prodotti alimentari, fibre vegetali, bestiame e prodotti ittici, legname e altre risorse terrestri, senza però percepirne il loro costo ambientale.

Tu. Si, so che questa è la tua espressione mentre ti stai chiedendo come puoi calcolare la tua impronta ecologica.

Se vi state chiedendo come, sappiate che non dovete prendere la calcolatrice e fare calcoli fino a tarda notte. Esiste, infatti, un calcolo dell’impronta in base al proprio stile di vita, che vi invitiamo a fare QUI!

Conclusioni

La Terra è un pianeta affascinante e nei secoli l’umanità ne ha scoperto e compreso una grande parte. Ora che abbiamo numerosi strumenti per beneficiare delle sue ricchezze, non limitiamoci a conoscerla e sfruttarla, cerchiamo di aiutarla.

Del resto, è la nostra casa.

Fonti

Cos’è l’impronta ecologica

Il costo ambientale di un Hamburger – Nazioni Unite 

Global Footprint Network

Soft

Curiosa su molti fronti, sono laureata in Analisi e Gestione dell'Ambiente a Ravenna. Dopo il lockdown, ho innalzato i valori di serietà e abbassato quelli del cazzeggio. Per questo, il team di Missione Scienza mi ha accolta in modo tale da poter recuperare questa mia deficienza. Sono lunatica, cambio facilmente argomento quindi, per ora, vi dico che scriverò di ecologia, ma potrei inabissarmi in altro. Divulghiamo la divulgazione scientifica! “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.” (P. Levi)

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