L’importanza del dolore nella nostra vita

Come vi avevo promesso, ecco la seconda puntata della serie “A cosa è dovuto il dolore?”.  Nella puntata precedente, abbiamo trattato la distinzione tra dolore rapido e dolore lento, la trasmissione del segnale dolorifico e l’iperalgesia (aumento della sensibilità nell’area danneggiata).

Ora è giunto il momento di interrogarvi, per verificare la vostra preparazione sull’articolo precedente… siete pronti?  Vi prego, non ditemi che siete già scappati, perché stavo scherzando! Per farmi perdonare, ecco alcuni aspetti molto interessanti del dolore.

 

Meccanismi che riducono la trasmissione del dolore

Teoria del cancello

Fortunatamente, esistono anche dei meccanismi fisiologici in grado di ridurre la trasmissione del segnale dolorifico, in particolari condizioni. Tali meccanismi agiscono a livello del corno dorsale del midollo spinale, dove si verifica la sinapsi tra nocicettore e neurone secondario, con interposizione di un interneurone.

Sicuramente a tutti sarà capitato di strofinare istintivamente la zona in cui proviamo dolore. Ad esempio, quando sbattiamo il gomito, strofinarlo è la prima cosa che ci viene di fare (sempre dopo il cambio di lingua dall’italiano all’aramaico, ovviamente. Questa è una costante, a prescindere dal tipo di dolore).

Ma vi siete mai chiesti il perché? Ve lo spiego subito: siamo masochisti e quindi speriamo di incrementare la sensazione di dolore sollecitando la zona danneggiata. Ovviamente sono ironica: accade esattamente il contrario!

In assenza dello stimolo dolorifico, l’interneurone interposto tra nocicettore e neurone secondario è attivo e va a inibire il nocicettore, in modo tale che nessun segnale possa raggiungere la corteccia.

Invece, quando il nocicettore viene attivato dallo stimolo nocicettivo, trasferisce il segnale al neurone secondario e insieme vanno a inibire l’interneurone, che non potrà più svolgere la sua funzione. È come se si aprisse un cancello che prima era chiuso: il segnale dolorifico ora può passare e raggiungere la corteccia. Tutto questo accade in assenza del meccanismo di controllo.

Quando, invece, il controllo entra in funzione, in presenza dello stimolo nocicettivo, oltre ad attivarsi la fibra nocicettiva di tipo Aδ o di tipo C, si attiva anche la fibra non nocicettiva Aβ (meccanocettore). Il meccanocettore agisce sullo stesso interneurone su cui agisce anche il nocicettore; ma, mentre il nocicettore lo inibisce, il meccanocettore lo eccita.

Di conseguenza, come risultato dei due segnali opposti, l’interneurone non viene completamente spento, ma si avrà semplicemente una riduzione della sua attività. Il segnale nocicettivo che raggiungerà la corteccia sarà quindi meno forte.  Questo modello è noto come Teoria del cancello.

Quindi possiamo continuare tranquillamente a strofinarci la zona che ci fa male senza sentirci impossessati.

Nell’immagine vediamo la fibra di tipo C nocicettiva e la fibra di tipo Aβ meccanocettiva. Mentre il nocicettore manda all’interneurone un segnale inibitorio, il meccanocettore agisce sullo stesso interneurone inviando però un segnale eccitatorio. L’attività dell’interneurone viene quindi modulata, e il segnale dolorifico che arriva alla corteccia risulta ridotto. Fonte.

Analgesia indotta da stress

Quando si verifica questo meccanismo?

Esiste anche un altro meccanismo in grado di ridurre la percezione del dolore ed è noto come analgesia indotta da stress, o sistema analgesico endogeno, o ancora analgesia indotta da oppioidi. Sicuramente vi starete chiedendo: ma non bastava un solo nome? A quanto pare no, perché ciascuno fa riferimento a un diverso aspetto di questo meccanismo.

Mentre nella teoria del cancello il segnale veniva attenuato prima che raggiungesse l’encefalo, in questo caso è l’encefalo stesso che, mediante delle vie discendenti, determina analgesia, ovvero blocco o riduzione del dolore, senza alterazione dello stato di coscienza.  Si parla di analgesia indotta da stress, perché questo meccanismo entra in funzione in condizioni di stress ed emergenza. Ad esempio, in situazioni in cui la sopravvivenza stessa dipende dall’ignorare il dolore.

Pensiamo ai militari, che devono fuggire per salvarsi anche quando sono gravemente feriti e, per farlo, devono ovviamente poter ignorare il dolore. Detto così sembra quasi un miracolo, una specie di mission impossible, quando invece non lo è affatto. Il problema è che, una volta passata la situazione di stress, il dolore si ripresenta e pure forte.

Se a qualcuno di voi è venuto in mente di stressarsi appositamente per ridurre il dolore, beh, fatevi passare l’idea.

Come si verifica questo meccanismo? 

Lo stress determina l’attivazione di una particolare area del mesencefalo e da qui si dipartono delle fibre discendenti, che raggiungono il corno dorsale del midollo spinale. Qui, queste fibre vanno ad attivare l’interneurone interposto tra nocicettore e neurone secondario, inibendo così la trasmissione del dolore. Il sistema analgesico endogeno viene stimolato artificialmente per il controllo del dolore cronico.

Tutto questo meccanismo è noto anche come analgesia indotta da oppioidi, in quanto, alla base, vi sono gli oppioidi endogeni quali encefaline, beta endorfine e dinorfine. Le encefaline sono localizzate a livello delle terminazioni delle fibre dell’interneurone. Per cui, quando l’interneurone viene attivato dalle fibre discendenti, rilascia encefaline che si vanno a legare a specifici recettori presenti sia sulla membrana pre-sinaptica che sulla membrana post-sinaptica.

Il legame delle encefaline a questi recettori blocca la trasmissione del dolore. In realtà questo rappresenta un caso estremo poiché, a seconda della quantità di encefaline rilasciate, la trasmissione del dolore può semplicemente essere modulata piuttosto che inibita del tutto.  Magari dopo aver appreso questo meccanismo, evitate di iniettarvi encefaline ovunque.

 

Ruolo del dolore nella sopravvivenza

Il dolore ha funzione protettiva

Tutti consideriamo il dolore solo come un nemico da combattere, ma siamo sicuri che sia così? Incredibile ma vero, in realtà è necessario provarlo altrimenti non riusciremmo a sopravvivere a lungo (questo non vuol dire che adesso dobbiate darvi una martellata sulla mano o altre robe masochiste).

Ovviamente siamo tutti d’accordo (spero) sul fatto che la sensazione dolorifica non sia molto piacevole, ma il suo ruolo è davvero fondamentale. Vi spiego subito il perché.

Immaginate di non avvertire dolore alle articolazioni durante uno sforzo, ovviamente continuereste a sollecitarle sino a danneggiarle. Il dolore quindi ci protegge, ci avvisa della presenza di un pericolo prima che arriviamo a provocarci una lesione. È anche un monito che ci avvisa del fatto che, nel nostro corpo, qualcosa non sta funzionando correttamente. Quando proviamo dolore, infatti, siamo indotti a ricercarne la causa; in questo modo potremmo individuare la presenza di una condizione patologica e intervenire adeguatamente.

So che molti di voi, a domande del tipo “qual è il super potere dei tuoi sogni?” rispondono proprio “la capacità di non provare mai dolore”. Dopo ciò che avete letto in questo articolo spero che la vostra risposta cambi, perché non si è mai visto un super potere letale, in tutta la storia dei film di fantascienza.

 

Insensibilità congenita al dolore

A questo proposito, esiste una patologia nota come Insensibilità congenita al dolore (CIP). Si tratta di una patologia molto rara del sistema nervoso, caratterizzata da assenza tattile e impossibilità di avvertire il dolore, il calore e il freddo.  Potremmo pensare “che bello! potrei andarmene girando in estate con il maglione e in inverno in bikini, tanto starei bene ugualmente”.

E invece i soggetti affetti da questa malattia non riescono a sopravvivere a lungo per motivi piuttosto evidenti. Coloro che sono affetti dalla CIP faticano a regolare i propri comportamenti. In questo modo possono insorgere traumi o malattie che vengono riconosciuti con difficoltà proprio a causa della mancanza di dolore.

Se, ad esempio, un soggetto affetto da questa malattia dovesse poggiare inavvertitamente la mano sulla lama di un coltello, in conseguenza all’assenza di dolore continuerebbe a premere su di essa, generando una ferita profonda.

Oppure, mentre un individuo sano dinanzi a una fiamma o all’acqua bollente tenderebbe a ritrarre la mano come meccanismo di protezione, un soggetto affetto da insensibilità congenita al dolore non avvertirebbe la sensazione di calore intenso / dolore bruciante, provocandosi un’ustione non di poco conto. Esisterebbero altri infiniti esempi del genere, ma lascio spazio all’immaginazione…

Questa malattia viene diagnosticata in età precoce; pensate a un bambino che non sa cosa significhi provare dolore e la cui vita diventa una sorta di slalom a occhi chiusi tra un pericolo e l’altro. Bisogna tenerlo d’occhio continuamente, facendogli memorizzare ogni singola cosa da evitare, come se fossero tabelline.

Un bambino affetto da CIP sa che non deve infilare la mano nell’acqua bollente solo perché gli è stato insegnato, ma non conosce la sensazione che si prova nel farlo. Normalmente i comportamenti che mettiamo in atto per evitare di farci male sono istintivi e naturali, così da poter fronteggiare prontamente qualsiasi situazione di pericolo, anche quella meno nota e improvvisa.

Questi bambini invece imparano a riconoscere i rischi dalle espressioni di dolore impresse sul volto di chi li circonda.

 

Un romanzo che accende i riflettori sulla CIP

Essendo una malattia rara, spesso purtroppo non riceve le attenzioni che meriterebbe. A questo proposito esiste il libro intitolato “Ti sento”, di Valentina Torchia, ispirato a una storia vera. Il romanzo è volto proprio ad accendere i riflettori sulle storie di coloro che convivono con questa patologia e che non meritano di essere lasciati da soli in questa dura lotta.

Le esperienze altrui possono sempre essere d’aiuto.  Il protagonista di questo libro è Edoardo, un sedicenne affetto dalla CPI. Le vicende si ispirano alla storia di Ashlyn Blocker, anch’essa affetta da questa malattia, della quale si sono occupati i media di tutto il mondo (non vi faccio spoiler, nel caso qualcuno dovesse decidere di leggerlo).

 

Il libro, ispirato a una storia vera, che accende finalmente i riflettori sull’insensibilità congenita al dolore. Fonte.

 

Ma il dolore è davvero sempre utile?

Il dolore cronico, a differenza dell’acuto, è duraturo ed è presente anche quando lo stimolo lesivo iniziale è esaurito e può durare oltre 3-6 mesi. Non sempre è soddisfatto il criterio causa-effetto che caratterizza il dolore acuto (ovvero non è sempre presente un danno tissutale). Il dolore cronico si svuota dell’utilità biologica di reazione difensiva, diventando “inutile”.

Questo dolore non ha alcuna funzione protettiva per l’uomo, anzi lo compromette fisicamente, psicologicamente e socialmente, generando ansia e depressione ad andamento cronico. Si configura esso stesso come una vera e propria malattia; si pensi ad esempio al dolore dato dalle nevralgie che condiziona significativamente la vita di chi ne soffre.

Il trattamento del dolore è quindi fondamentale non solo per quei soggetti affetti da patologie tumorali, ma anche per coloro che convivono con un dolore persistente di qualsiasi natura.

 

Conclusioni

Beh, come ci si sente a conoscere finalmente l’importanza del dolore nella nostra vita?  Ora ogni volta che vi pungerete con uno spillo o vi chiuderete le dita nella porta, oltre a chiedervi perché siete imbranati, penserete anche al fatto che quel dolore non lo state provando invano. Vi verranno in mente coloro che non lo hanno mai sperimentato nella loro vita, e capirete quanto siamo fortunati a poterci difendere dai pericoli.  Ovviamente non mi riferisco al dolore “inutile”, quello è tutta un’altra storia purtroppo… d’altronde sappiamo bene che per ogni cosa esiste sempre sia il risvolto positivo che quello negativo.

Ma l’argomento “dolore” non finisce qui: ci sono ancora altre cose interessanti di cui parlare.  Con questa notizia (spero piacevole) vi saluto e vi invito a non perdere la prossima puntata!

P.S.  Tranquilli, questa “serie” non durerà quanto Beautiful o Il Segreto…

 

Fonti:

Libro “Fisiologia medica” di Guyton e Hall

Annamaria Ragone

Sono laureata in scienze biologiche ed attualmente studio scienze biosanitarie nutrizione a Bari. Amo la biologia in ogni sua sfaccettatura ed ho molto a cuore le tematiche ambientali. Ho scelto di fare divulgazione per trasmettere agli altri la mia passione e per far comprendere l'importanza della scienza, spesso sottovalutata. Il mio motto è "Nulla di grande nel mondo è stato fatto senza passione".

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