Il mare che copriva Milano

Circa 5 milioni di anni fa, in un’epoca geologica chiamata Pliocene, la Pianura Padana non esisteva e l’Adriatico si spingeva sino al Piemonte, originando il Golfo Padano. Un po’ come se il mare coprisse l’attuale città di Milano. [1] Nel Pliocene, momento geologico che va dai 5,3 ai 2,7 milioni di anni fa, la penisola italiana aveva un’estensione molto diversa dall’attuale. Anzi, non esisteva proprio.

 

La penisola italiana nel Pliocene, con la linea blu vediamo le attuali linee di costa. © https://it.wikipedia.org/

 

Quella che vediamo nell’immagine è un’Italia frammentaria, ricca di piccole isole e atolli circondati da un mare più caldo di quello attuale.

Come facciamo a sapere questo?

Quando studiamo i fossili possiamo ritrovare e identificare alcune forme tipiche dei mari tropicali. In questo caso, possiamo fare l’esempio di Isognomon, un genere di molluschi termofili e tipico di acque calde.

Crisi di salinità

 

Ricostruzione del bacino del Mediterraneo nel periodo di massima essiccazione. © http://geoscienze.blogspot.com/

 

Dal Pliocene si ripristina la comunicazione del mar Mediterraneo con l’oceano Atlantico, che era mancata per quasi un milione di anni. Precedentemente infatti, come vediamo dall’immagine, il bacino del Mediterraneo si prosciugò quasi totalmente, diventando un grande lago salato. L’evento, chiamato “Crisi di salinità” del Messiniano, perdurò da 6 a 5,3 milioni di anni fa, e fu un importantissimo scompenso ecologico, indotto da una potente combinazione di fattori geodinamici e climatici. [2]
L’evaporazione delle acque causò la deposizione di grandi quantitativi di rocce evaporitiche, che ritroviamo al di sotto dei sedimenti marini più recenti. Alcune di queste evaporiti, però, si possono osservare anche in superficie, un esempio sono gli affioramenti della “vena del gesso”, lungo gli appennini centro settentrionali. [3]

Il viaggio della placca africana

In questa particolare fase geologica, la placca africana continuò il suo “viaggio” (iniziato molti milioni di anni prima) verso quella europea. Il movimento determinò, in seguito all’innalzamento delle Alpi, la formazione degli Appennini. Con la loro emersione dal mare, si formò una depressione, ora occupata dalla pianura Padana.
Come detto prima, il ripristino della comunicazione con l’Atlantico corrisponde all’inizio del Pliocene. In questo periodo, le acque atlantiche invasero il bacino del Mediterraneo, ormai quasi totalmente prosciugato, compresa la neo-depressione originatasi poco prima, che andò a formare il Golfo Padano.

La Pianura Padana

Cinque milioni di anni fa, l’area ora occupata dalla Pianura Padana era coperta da acqua marina, ma come siamo arrivati alla situazione attuale?
L’emersione degli Appennini e delle Alpi determinò un apporto di sedimenti che vennero depositati nel bacino. Infatti, l’erosione delle vette origina materiale terrigeno, che viene trasportato da vari agenti atmosferici e convogliato nei fiumi. Il materiale si deposita poi a valle, in corrispondenza delle foci.

Ma non solo…

Un altro fattore fondamentale fu l’abbassamento del livello del mare, dovuto alla formazione della Calotta Artica. [4] Le acque che evaporano e poi precipitano in fase solida formano strati di ghiaccio. Questo significa che per un certo periodo di tempo non torneranno più nei mari, che in conseguenza si abbassano. Oggi sta avvenendo il contrario: il riscaldamento del clima ed il conseguente scioglimento delle calotte riversa l’acqua che un tempo fu sequestrata agli oceani, e ciò causa l’aumento del livello marino. Gli strati che si susseguono, dal più antico al più recente, ci indicano un graduale passaggio da ambienti marini ad ambienti continentali.

Il Golfo Padano

Ma torniamo al momento in cui il Nord Italia era coperto dal mare. Le acque si estendevano sino al Piemonte, infatti la linea costiera passava nei pressi dell’attuale Torino.

 

Il golfo Padano nel Pliocene, vediamo anche il Bacino Pliocenico Astigiano. © https://www.placidasignora.com/

 

Come vediamo nell’immagine, cinque milioni di anni fa esisteva il “Bacino Pliocenico Astigiano”, un’insenatura di mar Padano delimitata dai rilievi delle langhe a sud, da un’isola che rappresenta l’attuale Monferrato a nord, e da una zona di mare poco profonda a ovest. [5] Questa particolare zona del bacino, che rimase sommerso dalle acque sino a 3 milioni di anni fa, ci ha restituito importanti testimonianze fossili.
Nelle zone più profonde dell’insenatura si deposero sedimenti fangosi, denominati “Argille Azzurre”, mentre in quelle meno profonde e vicino alla costa si accumularono sedimenti più grossolani, denominati “Sabbie di Asti”. Al di sopra di questi strati troviamo sedimenti continentali, chiamati “Villafranchiani”, che denotano il passaggio da un ambiente marino a uno lacustre e paludoso. [6]

I fossili

Durante il Pliocene, il clima del bacino era diverso dall’attuale, molto più umido e caldo, quasi tropicale. Nelle zone continentali pascolavano elefanti, ippopotami, mastodonti, ma anche ghepardi e iene. Un esempio è il mastodonte di Mombercelli, uno scheletro fossilizzato di un mammifero proboscidato ritrovato in provincia di Asti. [7] L’animale, appartenente alla specie Anancus arvernensis, visse circa 4 milioni di anni fa in un ambiente marittimo. La sua altezza raggiungeva i 2 metri, e le zampe grandi gli permettevano di muoversi in terreni paludosi. Le sue zanne potevano raggiungere ben oltre i tre metri di lunghezza, e servivano principalmente per difesa. Ma esse avevano anche il compito importante di “strappare” i vegetali di cui si nutriva.

Gli animali acquatici

Nelle “Argille Azzurre” sono stati ritrovati molti resti fossili di organismi tipici di acque profonde, come foraminiferi, brachiopodi, echinodermi e anche granchi. Invece, nelle “Sabbie di Asti”, troviamo numerosissime conchiglie di molluschi, principalmente bivalvi di acque poco profonde. Ma i ritrovamenti più grandiosi sono stati quelli che hanno portato alla luce scheletri fossilizzati di mammiferi marini, come delfini, balene e sirenidi.

 

Resti di un delfinide fossile (giovanile) scoperto nel 1979 nelle “Sabbie di Asti”, appartenente alla specie Septidelphis morii. © http://www.paleoantropo.net/

 

Un esempio: la balenottera Tersilla

Tersilla è il nome dato ad un cetaceo ritrovato casualmente nel suolo di una vigna nel 1993, a San Marzanotto, in seguito ai lavori per la costruzione di una strada. [8] Gli scavi hanno portato alla luce parte del cranio, delle coste e di alcune vertebre, grazie a cui è stata stimata una lunghezza di 6 – 7 metri. Insieme ad essa sono stati ritrovati anche denti di squalo, che si ipotizza abbia fatto un banchetto con i suoi resti. La scoperta è unica: recentemente è stato scoperto che Tersilla è un olotipo, l’unico rappresentante di un nuovo genere e specie. [9]

 

I resti della balenottera Tersilla esposti al Museo Paleontologico Territoriale dell’Astigiano. © http://www.paleoantropo.net/

Ma sono stati fatti altri ritrovamenti simili, un esempio è la Viglianottera, una balenottera di 7 metri di lunghezza ritrovata nel 1959 a Vigliano d’Asti. I resti sono ben conservati al Museo Paleontologico Territoriale dell’Astigiano e rappresentano l’esemplare fossile più completo del Nord Italia.

Conclusioni

Fa strano pensare che, solo qualche milione di anni fa, l’Italia come la conosciamo oggi non esisteva. Il Golfo Padano bagnava quasi tutto il Nord, e il resto era un insieme di isole e atolli. Il fatto è che noi esistiamo da un periodo di tempo quasi impercettibile sulla scala dei tempi geologici, ma non ce ne rendiamo conto. Tra un milione di anni l’Italia ed il mondo saranno diversi da come lo sono oggi, probabilmente non esisteremo più, e il pianeta farà un sospiro di sollievo.
Scusate per il finale melodrammatico, ma penso sia una cosa di cui spesso ci dimentichiamo.

Erika Heritier

Mi chiamo Erika e sono laureata in Scienze Naturali all'Università di Torino, mentre ora frequento la magistrale in Scienze dei Sistemi Naturali (che fantasia!) e mi diverto a scrivere. Cosa vorrei fare nella mia vita? Far conoscere la natura e le sue mille sfaccettature alle persone, studiose e non. Le scienze della natura sono interessanti, ricche di piccoli segreti e misteri da portare alla luce. Conoscere la natura significa anche rispettarla e migliorare il proprio rapporto con l'ambiente, in modo da cambiare, di conseguenza, la nostra società.

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