Lo Hura crepitans: l’albero del diavolo che lancia granate

Lo Hura crepitans è un albero sempreverde della famiglia delle Euforbiacee, cugino alla lontana del più familiare ricino (Ricinus communis). Cresce nelle zone tropicali dell’America, compresa la foresta Amazzonica, e può raggiungere i 60 metri di altezza.

Gli alberi sono monoici, ossia i fiori maschili e femminili sono separati ma sulla stessa pianta, a differenza di altre specie che possono avere fiori ermafroditi o avere fiori maschili e femminili su due piante diverse (piante dioiche). E fin qui, tutto tranquillo. Che cosa ha di speciale questa pianta e perché ve ne parlo?

La pianta più rock dell’Amazzonia

Quel tronco di 60 metri di cui parlavamo poco fa è interamente ricoperto di spine velenose, come potete vedere dalla foto. Non una, non dieci, non cento. Una fracca. Gli americani lo chiamano simpaticamente “monkey no-climb” perché le scimmie ci pensano due volte prima di arrampicarcisi.

Dettaglio delle spine di H. crepitans. Photo by David J. Stang // Wikimedia

Come se non bastasse la linfa dell’albero è anche velenosa, infatti i locali chiamano la pianta con il petalosissimo soprannome: albero del diavolo! E perché mai è velenoso? Ovvio, perché quest’albero è incazzato nero e vuole che tutti lo sappiano, leggete e capirete! La linfa è particolarmente tossica sui pesci, ma ha un effetto caustico sulla pelle, causando irritazioni ed eruzioni cutanee. Il contatto con gli occhi può addirittura comportare una temporanea cecità. La polvere che si genera quando il legno dell’albero viene lavorato e il fumo che si respira quando viene acceso possono causare irritazioni agli occhi, alla gola e al sistema respiratorio. Il consumo di mezzo seme può comportare crampi, diarrea e vomito. Se si consumano due o più semi si hanno convulsioni, deliri e, nei casi più gravi, la morte [1].

La linfa contiene inoltre una molecola nota come hurin che, a dosi molto molto basse, può stimolare le mitosi di linfociti T di un fattore di 75 volte [2].

I popoli amerindi come i Caribe erano soliti utilizzare tale linfa per avvelenare le frecce con cui cacciavano. Piccola curiosità: le cronache dei primi conquistadores descrivono i Caribe come un popolo praticante l’antropofagia. Diversi documenti riportano che tale popolazione fosse famosa per aprire il cranio dei propri nemici e mangiarne parte del cervello, in un intento di impossessarsi così della loro sapienza, dei loro miti e del loro coraggio. I conquistadores spagnoli chiamarono questa pratica “caribelismo”, che finì per evolversi nella parola spagnola caníbal, da cui deriva il termine “cannibalismo” in italiano [3]. Difficile sapere se questo corrispondesse al vero o se fosse una credenza basata sul pregiudizio che i conquistadores avevano verso i nativi americani. [L’editor Luca sarebbe fiero di me, visto che sta in fissa con l’etimologia delle parole, date un occhio ai suoi articoli a riguardo!]

Ma dicevamo? Ah sì, l’albero del diavolo.

Famiglia Caribe disegnata da John Gabriel Stedman

L’albero che ti lancia le granate

Non vi basta? Ma siete insaziabili! E va bene, torniamo allo Hura crepitans e sfossiamo un altro dei nomi comuni con cui viene chiamato: albero dinamite.

I frutti dell’albero hanno la forma di una piccola zucca dal diametro di 5-8 cm e alti 3-5 cm. Questa simil-zucca conta 16 carpelli disposti radialmente, come se fossero gli spicchi di un mandarino. I carpelli inizialmente verdi e morbidi, disidratandosi diventano molto duri e resistenti, curvandosi ed accumulando alti livelli di energia potenziale elastica. Il frutto presenta però delle “debolezze strutturali” nei setti fra un carpello e l’altro, e queste zone rappresentano dei punti agevolati di rottura per facilitare il rilascio dei semi. Come l’apertura facilitata di alcune confezioni.

Frutto maturo © Photo by Ralf Biechele

E come avverrà mai il rilascio dei semi dell’albero del diavolo? Ma ovviamente nel modo più violento possibile!

A maturazione il frutto si stacca dal ramo e cade al suolo, l’urto crea delle microfratture che danno inizio a una reazione a catena in cui l’energia potenziale elastica si trasforma in energia cinetica sparando letteralmente i semi a velocità che possono raggiungere i 70 fottutissimi metri al secondo. 250 chilometri all’ora.

Non scherzo! Mi sono andato a cercare l’articolo scientifico [4] per esserne certo e, cito testualmente, “… in Hura crepitans le velocità iniziali hanno una distribuzione normale con una media di 43 m/s e in un caso hanno sorpassato i 70 m/s. Sebbene gli angoli di proiezione non siano costanti, la media si aggira sui 34 gradi sopra il livello dell’orizzonte, vicino all’optimum per la massima dispersione.”

Il fenomeno è noto come deiscenza esplosiva, è relativamente comune in natura, ma difficilmente raggiunge questa dose di violenza! Chiaramente ha come scopo quello di disperdere il più lontano possibile il seme dalla pianta madre, in questo caso lanciandoli anche a 30-40 m di distanza. Il rumore secco dello “scoppio” della granata di semi è valso all’albero l’ennesimo nomignolo: Monkeys’ Pistol (pistola delle scimmie).

Ultima curiosità

Nei tempi in cui le penne a sfera non esistevano neanche nei sogni dei più visionari inventori, la gente scriveva con penna e calamaio. Ebbene i corpi fruttiferi non esplosi venivano utilizzati come porta sabbia, usata poi per asciugare l’inchiostro fresco. Questo si è tradotto nell’ennesimo nome comune dell’albero che a questo punto immagino abbia problemi di identità: Sandbox tree.

Quindi ricapitolando, siete nella foresta amazzonica, persi, disperati. Si alza una brezza leggera e dagli alberi cadono qualche foglia e strani frutti legnosi. A un certo punto sentite forti rumori, come fossero colpi di pistola. Dal nulla schegge impazzite vi feriscono le gambe, cominciate a correre, inciampate e vi scontrate con un albero coperto di spine. Ferendovi entrate a contatto con la linfa velenosa e l’urto fa cadere una pioggia di frutti granata intorno a voi… mentre giacete a terra in preda al dolore, in lontananza vedete un nativo Caribe con bavetta e posate che vi guarda leccandosi i baffi.

Stiamo aspettando che qualcuno ci scritturi per questo horror, io mi propongo nella parte di Nico il sardo che elenca i nomi comuni di H. crepitans. 

“E’ cambiata l’umidità ed è cambiato anche il nome dell’alberto” direbbe Nico il sardo.

Vi interessano post sulla natura? Date un occhio alla nostra sezione dedicata!

PS: Una storia così dark non poteva che attirare l’attenzione dei fan della musica metal. E così che mentre cercavo le immagini per questo articolo mi sono imbattuto negli Hura Crepitans, sobrissima band che ha dedicato alla pianta un intero album dal titolo “Sandbox tree”. La copertina di quest’ultimo non posso postarvela ma…. ve la linko và, ditemi che ne pensate.

Giovanni Cagnano

Plant Breeder di mestiere, divulgatore per hobby. Il mio percorso di studi comincia con Biotecnologie Agro-Industriali a Ferrara per proseguire a Perugia nella magistrale di Biotech Agrarie. Dopo un Erasmus in Danimarca in cui ho lavorato al mio progetto di tesi, mi è stato offerto un Industrial PhD finanziato da una borsa Marie Skłodowska-Curie presso l'azienda sementiera DLF. Sono attualmente rientrato in Italia per lavorare come breeder.

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