Viaggio alla scoperta del mondo “cervello-musica”. 1° tappa: Epilessia musicogena

Iniziando il nostro viaggio alla scoperta degli strani effetti che la musica può avere sul nostro cervello, il migliore inizio non può che essere questo: l’epilessia musicogena. Capiremo come delle semplici note musicali possano prendere la meglio sul nostro stato di coscienza e scaturire crisi epilettiche.

 

Critchley e l’epilessia musicogena

 

Uno dei primi neurologi a dare voce a questa condizione fu Macdonald Critchley. Egli descrisse diversi pazienti con crisi epilettiche indotte dalla musica e coniò il termine “epilessia musicogena”.

Alcuni dei pazienti di Critchley erano individui portati per la musica, altri no. Quindi la prima informazione che ne risulta è che queste crisi si manifestano indipendentemente dalle capacità musicali.

Inoltre, il tipo di musica che poteva provocare le crisi variava moltissimo da un paziente all’altro. Un paziente rispondeva alla musica classica, un altro alle melodie dei “vecchi tempi”, altri alla musica moderna, altri ancora a rumori specifici. Per cui non esiste una particolare musica o rumore che può determinare una risposta epilettica e la stimolazione varia da individuo a individuo.

 

Analizziamo l’origine delle crisi epilettiche

 

Innanzitutto, in breve, con crisi epilettiche si intende una scarica elettrica anomala e incontrollata dei neuroni, che interrompe in modo transitorio la normale funzione cerebrale. Tale fenomeno provoca tipicamente alterazioni dello stato di coscienza, movimenti involontari o convulsioni e, talvolta, allucinazioni.

Esistono forme di epilessia totale e forme di epilessia parziale. L’epilessia parziale riguarda solo un’area cerebrale, ad esempio l’area visiva (dando allucinazioni visive) o l’area uditiva (dando allucinazioni uditive).

Per quanto riguarda l’epilessia musicogena, nella maggior parte dei pazienti è coinvolto il lobo temporale destro, che comprende:

l’area temporale mediale: componente del sistema limbico, fondamentale nelle emozioni;

l’area di Wernicke: fondamentale per la comprensione del linguaggio parlato e scritto;

la corteccia uditiva primaria e secondaria: implicata nel processo di percezione dei suoni.

 


La parte colorata in verde è il lobo temporale. Evidenziamo l’area di percezione dell’udito che corrisponde all’area uditiva e l’area di associazione uditiva che corrisponde all’area di Wernicke. Non è possibile però osservare l’area temporale mediale perché è più interna. Fonte

 

Causa dell’epilessia musicogena

 

Analizzando l’attività cerebrale con tecniche come la SPECT e l’EEG di soggetti con epilessia musicogena si è confermato l’importante ruolo del lobo temporale. Osservando quali aree cerebrali si attivavano, in che ordine e quando soggiungeva la crisi epilettica si è giunti alla conclusione che, nella maggior parte dei casi, “l’artefice” di tale crisi è proprio il sistema limbico. Ovvero non è tanto la musica in sé a causare le crisi epilettiche, ma sono le emozioni associate a essa.

Quando si ascolta una musica la prima area ad attivarsi è ovviamente l’area uditiva. Successivamente la musica viene elaborata e si attiva l’area di Wernicke che ci permette di comprendere il linguaggio parlato. Infine, si attiva l’area temporale mediale, che abbiamo attribuito al sistema limbico. Ed è proprio quest’ultimo a determinare la risposta elettrica disorganizzata e quindi l’epilessia musicogena.

Ad oggi però, purtroppo, questa osservazione resta semplicemente un’ipotesi. Infatti, in alcuni pazienti sono stati evidenziati pattern di attivazione neuronale diversi e sintomi molteplici associati alle crisi epilettiche.

 

Ma quanto è frequente l’epilessia musicogena?

In genere l’epilessia musicogena è considerata molto rara, ma Critchley e molti altri neurologi (come Oliver Sacks, autore del libro “Musicofilia” da cui è ispirato questo articolo) ritengono che questa condizione potrebbe essere molto più comune. Può darsi che molte persone, quando sentono una certa musica, comincino ad avvertire una sensazione strana e spaventosa per cui decidono di interrompere subito l’ascolto. Queste condizioni sono chiamate forme abortive e probabilmente esistono forme simili associate anche alla foto-epilessia.

 

Trattamento

 

Per curare questa forma di epilessia, come anche per altre forme, si utilizzano farmaci antiepilettici come: fenobarbital, valproato, fenitoina.

Nelle forme refrattarie al trattamento medico, si effettua un trattamento chirurgico impiantando un piccolo generatore di impulsi nella parte sinistra dell’alto torace e connettendolo al nervo vago. Si ritiene, infatti, che la stimolazione vagale riduca le convulsioni grazie all’interazione del nervo vago con il cervello, capace di inibire le crisi epilettiche.

 

Ultime scoperte

 

Recentemente si è scoperta una forte relazione, in alcuni casi di epilessia musicogena, con la produzione di anticorpi contro una molecola chiamata GAD65 (acido glutammico decarbossilasi 65). Questa condizione spesso è anche associata al diabete di tipo 1 e la si osserva anche in altre patologie con manifestazioni cerebrali.

 

La storia della Signora Silvia N (tratto dal libro “Musicofilia” di Oliver Sacks)

 

La Signora Silvia N era una donna che presentava un quadro clinico epilettico abbastanza variegato. A volte le sue crisi sembravano spontanee, altre volte indotte da stress, più spesso indotte dalla musica. Un giorno la trovarono incosciente sul pavimento dopo una crisi; il suo ultimo ricordo era che stava ascoltando canzoni napoletane (probabilmente Gigi D’Alessio, ovviamente scherzo). Così fece delle prove e notò che ascoltare canzoni napoletane suscitava una sensazione “particolare” seguita da una crisi. Nessun’altra musica produceva questo effetto.

Silvia aveva sempre amato le canzoni napoletane che le ricordavano l’infanzia (ecco spiegato il rapporto crisi epilettiche e ricordi emotivi enunciato precedentemente). Seppure spesso la reazione a queste canzoni era una crisi epilettica, a volte Silvia sperimentava solo una strana alterazione della percezione, condizioni che lei paragonava a dei sogni nei quali conservava un certo grado di coscienza: era in grado di sentire ciò che veniva detto intorno a lei ma non era in grado di rispondere.

Ma le crisi peggiorarono fino a essere presenti anche quando Silvia non ascoltava musica. Per cui fu operata e fu eliminata parte del lobo temporale (che ricordiamo essere coinvolto in queste epilessie). L’intervento fu efficace, tant’è che Silvia non presentava più crisi neppure dopo aver ascoltato canzoni napoletane. L’unica cosa di cui Silvia sentiva la mancanza era sperimentare alcune delle sue esperienze epilettiche, che sembravano portarla in luoghi diversi da qualsiasi altro avesse mai visto.

 

Conclusione

 

Dirigendoci verso la fine di questa prima tappa alla scoperta degli enigmi che attanagliano il nostro cervello, riflettiamo su quanto la musica possa avere un ruolo importante nella nostra vita. Spesso però ignoriamo l’effetto che essa potrebbe scaturire in noi: le nostre molecole “vibrano” insieme alle note musicali e il nostro “Io” s’inebria di musica.

Ma cosa succede quando immaginiamo musica, ovvero quando la musica non suona realmente ma solo nel nostro cervello? Questa e altre risposte nel prossimo articolo, stay tuned.

 

Fonti

“Musicofilia” di Oliver Sacks

Il meccanismo dell’epilessia musicogena

Epilessia musicogena e GAD65

Tommaso Magnifico

Sono Tommaso Magnifico, studente di Medicina e Chirurgia dell'Università degli Studi di Bari. Sono interessato a tutti i temi scientifici, soprattutto riguardanti la neurologia. Socio Mensa (The high IQ society).

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