Cosa pensa il tuo gatto?

Cosa pensa il tuo gatto?

I sentimenti per i gatti non hanno mezze misure: o li ami o li odi.                                                                                    Ci accompagnano da millenni con i loro comportamenti strambi. Li abbiamo resi Déi egizi e perseguitati insieme alle streghe.

Ma c’è ancora una cosa che non capiamo e che sicuramente ti sarai chiesto: cosa pensa il tuo gatto? Ti vuole bene o aspetta il momento giusto per trucidarti nel sonno?

Se lo sono domandati anche i ricercatori della Oregon State University pubblicando uno studio su “Animal Cognition” e cercando di fare chiarezza sull’inesplicabile mistero felino.

La loro revisione monumentale prende in considerazione decine di studi sulla ricerca cognitiva nei gatti: percezione e memoria, permanenza degli oggetti, riconoscimento vocale e comunicazione, legami di attaccamento e sensibilità agli stimoli umani.

I risultati sono decisamente interessanti!

 

Percezione

La maggioranza delle ricerche sulla percezione felina si è sempre basata sulla visione del gatto, trascurando un senso fondamentale: l’olfatto.

Nei nostri teneri micini, l’olfatto si è rivelato imprescindibile fin dai primi giorni di vita (mentre l’udito si sviluppa a 11-16 giorni e la vista a 16-21) nelle interazioni sociali con gli altri membri della specie e nella relazione con gli esseri umani.

Insomma, nasino e vibrisse non sono solo un spunto come filtro per le foto su snapchat.

 

Permanenza dell’oggetto

La permanenza dell’oggetto: se un oggetto sparisce dalla vista continua però ad esistere.

Un po’ quando vi tolgono la cioccolata per non farvi abbuffare: non la vedete più ma sapete che c’è.                          Lo stesso vale per i gatti, che si sono evoluti come abilissimi cacciatori: quando una preda sparisce dal campo visivo è importante ricordare la sua posizione prima di quest’evento.

I ricercatori hanno condotto anche alcuni test specifici a livello pro: lo “spostamento invisibile”.                                  Al gatto viene mostrato un contenitore con all’interno un bocconcino. Il contenitore con il cibo viene poi nascosto dietro a uno schermo. Il ricercatore infame toglie di nascosto il bocconcino e mostra al micio solo il contenitore vuoto.

Ora, se il nostro Silvestro ragiona, ipotizzerà che se il cibo non è dentro al contenitore allora l’umano l’avrà messo dietro allo schermo. Motivo in più per andare a controllare per poi vendicarsi subdolamente del ricercatore infame.

 

Riconoscimento vocale e comunicazione

I gatti sanno riconoscere e distinguere le singole voci umane. Un gatto che ascolta il richiamo del padrone sarà più propenso a muovere orecchie o testa (ehi, non abbondiamo con le manifestazioni d’affetto!) rispetto a quando ascolta lo stesso richiamo proveniente da voci sconosciute.

Vogliamo dimenticarci delle fusa? I gatti possiedono decine tipologie di fusa diverse. Usano le fusa per relazionarsi tra di loro o per comunicare con noi. Non solo: la cosa sorprendente è che la frequenza delle fusa cambia in base a ciò che ci stanno chiedendo: se vogliono cibo o coccole.

 

Sensibilità agli stimoli umani

Chi lo avrebbe mai detto che i gatti possano provare insicurezza? Noi rappresentiamo, in certe situazioni, una sorta di ago della bilancia per misurare l’eventuale pericolosità di un evento.

Chiamatela empatia, ma se noi ci mostriamo timorosi di qualcosa, anche il gatto lo sarà.

In un esperimento dei soliti ricercatori infami, un gatto e il suo proprietario vengono chiusi in una stanza insieme ad un paurosissimo ventilatore con nastri svolazzanti.                                                                                                          Al proprietario viene chiesto di mostrarsi  in atteggiamento neutrale, felice o intimorito dal tremendo ventilatore. Ebbene: quasi l’80% dei felini volgeva continuamente lo sguardo al padrone per decifrarne lo stato emotivo dello stesso. Insomma, se il padrone se la fa sotto… c’è da preoccuparsi.

Legami di attaccamento

Una delle preoccupazioni che arrovella tutti i proprietari di gatti è proprio quella di scoprire se questi si affezionino o meno.

La risposta non è semplicissima ma arrivano segnali incoraggianti dallo “Ainsworth Strange Situation Test” dove i soliti ricercatori sadici si divertono a testare la sanità mentale e le emozioni dei nostri compagni a quattro zampe.

Solita stanzetta e solito micio sfortunato: a cambiare sono gli umani. Prima il gatto viene lasciato da solo con il proprietario, poi viene del tutto lasciato da solo e poi viene lasciato da solo con un estraneo.

Chi ha fatto il tifo per il proprietario, ha avuto ragione: i gatti dell’esperimento mostrano un maggiore attaccamento al padrone che all’estraneo. In che modo?

Strusciandosi e girovagando attorno al proprietario, evitando lo sconosciuto e aumentando i vocalizzi quando lasciato da solo con quest’ultimo.

Per non parlare dell’ansia da separazione: se allontanati dal loro padrone, gli amici miagolanti sperimentano stress che si traduce in comportamenti anomali: urinare/defecare in luoghi inappropriati, vocalizzazione eccessiva, atteggiamenti distruttivi.

Forse forse non vogliono da noi solo cibo e un po’ di affetto ce lo dimostrano. Ma non troppo, altrimenti ci montiamo la testa e li trattiamo come cani… e ciò non deve mai e poi mai accadere!

 

Conclusioni e criticità

“Cosa pensa il tuo gatto?” è una domanda a cui è facile rispondere. Gli studi cognitivi hanno certamente dipanato alcuni comportamenti all’apparenza misteriosi (e perché no, a volte sembrano proprio senza senso) dei nostri amati/odiati felini.

C’è da dire però che alcuni tipi di comportamento non sono ben chiari anche perché il contesto di laboratorio può influenzare l’esperimento stesso.

Ad esempio, nell’ambito “causalità fisica”, i mici dovevano tirare una cordicella per accedere al tanto agognato cibo: non tutte le cordicelle erano però poste sul cibo in modi sensati. Alcune erano poste sopra, altre orizzontalmente, ma di certo non serviva tirarle per accedere al bocconcino. I gatti le hanno tirate tutte indiscriminatamente. Ma chi ci dice che facciano così solo perché ai gatti piace tirare le cordicelle?

Insomma, “cosa pensa il tuo gatto?” è un concetto, per certi versi, ancora molto evanescente. Il modo in cui studi il perché di un comportamento… può modificare il comportamento stesso.

Quasi come la fisica quantistica: affascinante, complicata e ancora misteriosa!

 

FONTI:

https://www.lescienze.it/news/2016/04/09/news/cognizione_gatti_percezione_fusa_attaccamento-3046551/

https://link.springer.com/epdf/10.1007/s10071-015-0897-6?sharing_token=e1Qwze_0P6TPh2eCnTVCWPe4RwlQNchNByi7wbcMAY6B5_2JoPwQb6pKoypeO0vFQvzJvssD0J9ps2Iw7CNem1oGn7O_V34-1ZC3U2LEgZKfcmZf0KZlHFjEzbvIBqZaYaln9J0euGkYuTLHvxV5-EV89TWpVrXejeRvfQ1zvUE%3D

 

 

 

 

 

 

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