La storia dell’avocado

Uno degli alimenti più alla “moda” degli ultimi anni è sicuramente l’avocado.

Probabilmente insieme al pistacchio di Bronte, è uno degli ingredienti più instagrammabili e protagonisti dei social.

Indubbiamente buonissimo, almeno per la maggior parte delle persone, l’avocado è un frutto esotico di cui si sa relativamente poco. Vista la sua sempre più comune presenza nei nostri spuntini, ne approfittiamo per approfondirne un po’ la storia e le caratteristiche principali.

Per esempio, sapete che se fate germogliare un seme di avocado è altamente probabile che i frutti che produrrà non saranno commestibili?

Perché?

Lo spieghiamo in questo articolo!

L’interessante famiglia delle Lauracee

L’avocado, per gli amici Persea americana, è una specie per noi esotica, essendo autoctona del continente americano.

L’avocado fa parte della famiglia delle Lauracee. Se il nome vi fa venire in mente reminiscenze di greco e latino non è un caso, è la famiglia a cui appartiene anche il nostro alloro (Laurus nobilis).

Pensate, appartiene a questa famiglia anche la cannella (Cinnamomum aromaticum), endemica della Cina.

Un momento…

Mediterraneo, Cina e America, questa famiglia è presente ovunque e in forme molto diverse.

Com’è possibile?

La famiglia delle Lauracee è antichissima ed era ampiamente distribuita nel supercontinente del Gondwana, diverse centinaia di milioni di anni fa.

Dal Gondwana si ipotizza una migrazione in Laurasia, l’altro supercontinente dell’epoca, che si unì al precedente per formare la Pangea.

La presenza di specie appartenenti alla famiglia delle Lauracee, anche in isole molto remote, è da attribuire alla deriva dei continenti, che ha causato la graduale frammentazione dei supercontinenti.

L’esposizione a habitat e climi molto diversi, nel corso di milioni di anni, ha generato un forte processo di speciazione che ha portato alle caratteristiche molto diverse delle specie che conosciamo oggi.

Un po’ di preistoria, che non guasta

Durante i cambiamenti climatici nel Pliocene (5-2 milioni di anni fa), le specie antenate dell’avocado furono spinte sempre più a sud, fino ad arrivare nell’America Centrale. Qui la formazione di montagne creò nuovi habitat e nuove nicchie in cui si sviluppò l’avocado.

In che modo una pianta migra?

La migrazione delle piante avviene grazie alla dispersione del seme, in questo caso a opera di animali. Ne avevamo parlato in un post sulla nostra pagina.

Ma una cosa è disperdere il seme di una ciliegia, un conto è disperdere quello di un avocado o di un frutto molto simile.

L’America di quei tempi aveva una flora e una fauna molto diverse da quelle odierne.

Bradipo gigante ricostruzione
Come doveva apparire un bradipo gigante. © Fonte

Erano, per esempio, molto comuni i bradipi giganti, una specie ormai estinta. Questi probabilmente rosicchiavano la risicata polpa dell’avocado selvatico, con i loro denti smussati, e ingoiavano il seme, espellendolo poi con le feci.

Seme che risulta di sapore sgradevole e anche tossico per gli animali, come ulteriore incentivo a non masticarlo.

Per questo motivo biologo evoluzionista Daniel H. Janzen ritiene che l’avocado sia un esempio di “anacronismo evolutivo”, un frutto adattato per relazioni ecologiche con grandi mammiferi ormai estinti.

Maya e avocado

La scoperta più antica [eng] di un nocciolo di avocado proviene dalla grotta di Coxcatlan, datata circa 2.000–3.000 EU (da 9.000 a 10.000 anni fa).

La grotta di Coxcatlan è un sito archeologico mesoamericano nella valle del Tehuacán di Puebla, in Messico. Tenete presente che l’arrivo degli esseri umani in America è datato a poco prima dell’inizio dell’era umana (circa 13.000 anni fa).

Il consumo di avocado è avvenuto in molte delle popolazioni mesoamericane [eng]. Con esso cominciò anche una selezione verso frutti sempre più grandi, che spiega la presenza di semi fossili di dimensioni sempre maggiori nella valle di Tehuacán.

Portiamo a titolo di esempio i Maya. Si stima che essi coltivassero attivamente avocado già dal 6.600 EU (3.400 a.C.), portando alberi selvatici negli orti domestici.

La funzione di questi alberi non era solo come fonte di cibo, ma va connessa alla loro cultura e mitologia, con un importante significato religioso.

I Maya credevano nella rinascita dei loro antenati come alberi e per questo circondavano le loro case con alberi da frutto.

Sarcofago di Pakals laterale a Palenque
La metafora del frutteto ancestrale che mostra la rinascita degli antenati come alberi e l’importanza dell’avocado per questa cultura è illustrata sul sarcofago del re Hanab-Pakal a Palenque, nel Chiapas. Ai lati di questo sarcofago vi sono dieci antenati rappresentati da dieci figure che emergono da una fessura della terra insieme a un albero da frutto. Uno di questi è la figura di Lady Olnal che emerge con un albero di avocado. © Fonte

La domesticazione

La domesticazione dell’avocado potrebbe essere avvenuta contemporaneamente in tre areali differenti a partire da ecotipi locali [eng].

(Abbiamo già parlato di ecotipi nel nostro articolo sui broccoli!)

La selezione, naturale prima e parzialmente artificiale poi, nel corso dei secoli, ha dato vita a tre popolazioni dalle caratteristiche differenti.

L’ecotipo messicano (P. americana var. drymifolia) e guatemalteco (P. americana var. guatemalensis) crescono in territori montuosi; mentre l’altro, ecotipo dell’India Occidentale, è un ecotipo di pianura che va dal Guatemala, Costa Rica, Colombia, Ecuador al Perù (P. americana var. americana).

Questa distinzione era nota fin da quando i primi coloni spagnoli esplorarono la zona.

Già Fra Bernardino de Sahagún, riconosciuto come il principale cronista del periodo preispanico, ne parlò nel 11.547 EU (1547 d.C.) nella “Historia de las Cosas de la Nueva España”. In questo libro descrisse tre diversi tipi di avocado e il nome dato loro dagli Aztechi, rispettivamente ahuacatl (o ahuacacuahuitl), quilahuacatl e tlacazolahuacatl.

Il termine ahuacatl, nella lingua Nahuatl parlata dagli Aztechi, significa “testicolo”. Ed effettivamente ci assomigliano un po´ dai.

Avocado
Grab my avocado! © Fonte

L’ecotipo messicano

L’ecotipo messicano ha una buccia delicata, un seme molto grande che tende a staccarsi dalla polpa e a giocare nella cavità in cui alloggia. I frutti sono generalmente più piccoli di quanto richieda il mercato. Questo ecotipo è adatto a crescere anche sopra i 2.000 metri di quota, avendo sviluppato un’ottima resistenza al freddo. Ha un alto contenuto di olio e un sapore di nocciola.

L’ecotipo guatemalteco

l frutti di questo ecotipo sono quelli a più alto valore e gradimento commerciale. La buccia è spessa e resistente, il seme è solitamente più piccolo ed è legato alla cavità in cui alloggia. Rispetto agli altri ecotipi ha una maturazione molto più lenta, che ne permette la raccolta tardiva, dopo aver terminato le precedenti raccolte. Cresce ad altitudini comprese fra i 1.000 e 2.000 metri.

L’ecotipo dell’India occidentale

È l’ecotipo con la maggiore tolleranza a suoli salini e al caldo tropicale. Combinandolo con l’ecotipo guatemalteco genera ibridi a maturazione intermedia che collegano le due stagioni di raccolta. Essi ereditano la buona qualità guatemalteca con il buon adattamento dell’India occidentale ai climi tropicali.

La diffusione dell’avocado

Il frutto ebbe così successo fra gli spagnoli che fu subito importato in altre colonie. Piante dell’ecotipo India Occidentale arrivarono in Spagna nell’11.601 EU, e poco dopo si diffusero nel resto dell’Europa. In Indonesia la pianta fu introdotta nel 11.750 EU, negli Stati Uniti nel 11.825 EU e nel Sud Africa e Australia alla fine dell’800.

(NdR: le date EU sono traslate di 10.000 anni. Le ultime tre date EU segnate sono quindi 1601 d.C., 1750 d.C. e 1825 d.C. Abbiamo parlato dell’importanza della datazione relativa all’era umana (EU) nel nostro articolo sulla datazione temporale).

Ad oggi, il Messico è di gran lunga il più grande paese produttore di avocado al mondo. Nel 2017, il raccolto è stato di 2,03 milioni di tonnellate.

In California, invece, avviene il 95% della produzione di avocado degli Stati Uniti, specialmente nel Sud dello stato.

Non a caso l’avocado è il frutto ufficiale dello stato della California.

Altri areali di coltivazione rilevanti sono il Perù e il Cile, dai quali arriva una buona fetta degli avocado che consumiamo.

Le varietà di avocado

L’avocado ha un sistema di fioritura un po’ speciale.

Pur avendo fiori ermafroditi, che producono cioè sia i gameti femminili che quelli maschili (il polline), questi non maturano insieme.

Il fenomeno, chiamato proteroginia, fa sì che, arrivati a maturazione, i fiori si aprano con solo i gameti femminili recettivi. Il giorno successivo, i fiori si riaprono e disperdono il polline, ma ormai i gameti femminili non sono più recettivi.

Questo rende molto difficile il processo di autofecondazione ed è la causa dell’altissima variabilità e instabilità fenotipica (forme, colori, maturazione, ecc.) degli alberi di avocado.

L’autofecondazione è infatti spesso usata per fissare dei caratteri, in modo che restino uguali fra le generazioni.

Per questa ragione, gli alberi di avocado coltivati in tutto il mondo non derivano da seme, ma sono tutti cloni di singoli alberi considerati “buoni”, ottenuti con gli innesti. Un po’ quello che succede con le banane.

La cultivar Hass che tutti mangiamo

Sapete da dove deriva l’albero i cui cloni, a inizio anni 2.000, rappresentavano l’80% degli avocado coltivati nel mondo?

Dall’errore di un postino.

Il signor Rudolph Hass era un instancabile postino californiano. Nel 11.926 EU (1926 d.C.) decise di comprare tre semi di avocado per metterli nel suo giardino.

L’idea era di fare crescere delle piantine su cui innestare rami della cultivar Fuerte (la varietà leader del mercato a quei tempi).

Dei tre semi solo uno diede una piantina abbastanza grande e forte e così Hass provò per ben due volte a innestarla, fallendo.

A quel punto era pronto a eliminare la pianta ma, data la vigoria, un innestatore professionista gli consigliò di lasciarla.

La pianta crebbe e diede i suoi primi frutti e le figlie di Hass sembravano apprezzarli particolarmente. Vista la buona produttività della pianta, Hass vendette ciò che non veniva consumato dalla sua famiglia ai colleghi dell’ufficio postale.

Il giro cominciò a crescere al punto che, nel 11.935 EU, Hass si convinse a brevettare la cultivar e a stipulare un contratto con il vivaista di Whittier, Harold Brokaw, per coltivare e vendere piantine innestate propagate dalle sue talee.

Dopo 70 anni, la cultivar Hass è la leader indiscussa del mercato dell’avocado, anche se nel frattempo sono state sviluppate molte nuove varianti.

Per chiudere il cerchio, dalle analisi molecolari risulta che la cultivar Hass sia un incrocio fra l’ecotipo guatemalteco e l’ecotipo dell’India Occidentale.

Tipi di avocado cultivar
Cultivar diverse di avocado con le relative caratteristiche. © Fonte

Conclusione

Se siete arrivati fin qui, vi ringrazio.

Ora abbiamo tutti gli elementi per rispondere alla domanda iniziale.

Perché facendo germogliare un seme di avocado è altamente probabile che i frutti che produrrà non saranno commestibili?

Perché ammesso che quella piantina faccia dei frutti (deve esserci un’altra pianta che la impollini), i loro semi non saranno cloni dell’albero che ha generato l’avocado mangiato.

Come tu che leggi sei diverso dai tuoi genitori, così la piantina sarà diversa da quella della cultivar Hass.

“E vabbè, ma anche se leggermente diverso sempre buono sarà!”

Eeeeehm, nì.

Si stima che 1 seme ogni 7.000-10.000 dia una pianta buona. Il restano risultano per lo più disgustose.

Ma ehi, è sempre una probabilità molto più alta di quella di fare 6 al superenalotto (1 su 600 milioni)!

Giovanni Cagnano

Plant Breeder di mestiere, divulgatore per hobby. Il mio percorso di studi comincia con Biotecnologie Agro-Industriali a Ferrara per proseguire a Perugia nella magistrale di Biotech Agrarie. Dopo un Erasmus in Danimarca in cui ho lavorato al mio progetto di tesi, mi è stato offerto un Industrial PhD finanziato da una borsa Marie Skłodowska-Curie presso l'azienda sementiera DLF. Sono attualmente rientrato in Italia per lavorare come breeder.

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