Animali abissali o alieni?

Introduzione

Sappiamo così poco della vita negli abissi che il nostro satellite, la Luna, è sicuramente più conosciuto. Fino a 150 anni fa non si pensava che esistesse la vita sotto i 200 metri di profondità, figuriamoci gli animali abissali. Al di sotto di questa zona, la luce è troppo debole per consentire lo sviluppo di forme di vita vegetali, che sono la base della catena alimentare.

Un giorno Socrate scrisse, rispetto le profondità dei mari: “il sale uccide la vita, non c’è vegetazione né tantomeno nessuna forma di vita animale, solo sabbia e fango”.

Eppure…

Ci sbagliavamo di grande; Socrate si sbagliava. Così come Edward Forbes, che sostenne la stessa idea. Secondo il noto naturalista, studioso del Mar Egeo, la vita in mare si sarebbe estinta dopo i 550 metri di profondità. Nell’11.859 EU (1859 d.C.) scrisse: “Man mano che si scende in profondità gli abitanti del mare scompaiono pian piano nel blu, la vita si spegne, rimangono a malapena delle scintille.

I gigli di mare, animali abissali

Pochi anni dopo, una scoperta casuale cambiò le carte in tavola.

È l’11.864 EU (1864 d.C.) quando i naturalisti Michael e Georg Sars, dragando i fiordi Norvegesi a 3000 metri di profondità, osservarono per la prima volta i gigli di mare, o meglio, Crinoidi, animali appartenenti al phylum degli echinodermi. Questi animali vivono a stretto contatto con il fondale marino, e si possono trovare dalle barriere coralline alle profondità abissali.

Crinoide sessile (Proisocrinus ruberrimus) che vive nel piano abissale dell’oceano tra 1600 e 1800 metri di profondità. © Fonte

Leggende e miti

In realtà, le creature abissali erano già note all’essere umano. Basti pensare alle numerose leggende e miti riguardanti spaventose creature del mare.

La più famosa è quella del Kraken, mostro marino gigante che, apparentemente, tra il Seicento e l’Ottocento, fu responsabile dell’affondamento di numerose navi.

Ma non solo. Il mito di Scilla e Cariddi, ad esempio, spaventò a lungo i marinai che erano in procinto di attraversare lo stretto di Messina.

Il “paradiso degli zoologi”

Questo braccio di mare che separa la penisola italiana e la Sicilia, tra l’altro, è molto importante per il rinvenimento di “mostri abissali” spiaggiati sulle rive del mare. La risalita di correnti ricche di nutrienti e la geomorfologia del fondale consentono infatti di portare alla luce, o meglio, sulle coste, resti di animali abissali.

Chissà se furono proprio questi ritrovamenti a ispirare, almeno in parte, la leggenda di Scilla e Cariddi.

Alcuni esempi

Alcuni esempi degli spiaggiamenti di animali abissali che si possono osservare sulle rive dello Stretto di Messina. In alto il pesce vipera (Chauliodus sloani), in basso il pesce accetta (Argyropelecus hemigymnus). © Fonte

Pesce vipera

Il pesce vipera (Chauliodus sloani) vive negli abissi delle acque di tutti gli oceani, compreso il Mar Mediterraneo. Di giorno può raggiungere profondità di 3000 metri, mentre di notte si avvicina alla superficie per nutrirsi di pesci e crostacei.

Questo pesce possiede molti adattamenti comuni ai pesci abissali. Prima di tutto, è caratterizzato dall’emissione di luce, prodotta da alcuni batteri simbionti ospitati all’interno di organi chiamati fotofori.

La bioluminescenza, frutto di un’antica simbiosi, consente alle creature abissali di comunicare tra di loro. Infatti, i segnali luminosi sono importanti per il riconoscimento intraspecifico, ma anche per attirare le prede.

In particolare, il pesce vipera attira la sua vittima grazie ai 350 organi luminosi presenti all’interno della sua bocca, dotata di una mandibola disarticolabile, fondamentale per ingoiare prede di grandi dimensioni.

Occhi rivolti all’insù

Il secondo esempio riportato nell’immagine è Argyropelecus hemigymnus, un pesce accetta che presenta occhi sproporzionati rispetto le dimensioni del corpo. L’evoluzione di occhi telescopici rivolti verso l’alto è un importante adattamento dei pesci delle medie profondità, che consente loro di vedere la sagoma scura delle prede in contrasto con la debole luce proveniente dalla superficie.

Anche questo animale è caratterizzato dalla presenza di fotofori. Infatti, come già detto, i segnali luminosi sono molto importanti in assenza di luce.

Fuochi d’artificio sott’acqua

Così importanti che, quando William Beebe nell’11.930 (1930 d.C.) riuscì a immergersi sino a 900 metri in profondità all’interno di un batiscafo, descrisse il panorama che trovò di fronte a lui come un cielo illuminato da fuochi d’artificio. Riuscì a capire che queste luci erano prodotte da pesci degli abissi, che forse erano a caccia, o forse alla ricerca di un partner riproduttivo.

Così come le lucciole, anche i pesci abissali utilizzano i segnali luminosi per attirare un potenziale partner riproduttivo. In questo modo si formano coppie, anche molto affiatate, così tanto da diventare una cosa sola. Proprio nel senso letterale del termine.

Un legame… profondo

Nelle profondità degli oceani risulta infatti difficile incontrare un compagno. Per questo alcuni animali abissali hanno evoluto un sistema ad hoc per ovviare il problema.

In alcune specie di pesci, conosciuti come rane pescatrici, i maschi, lunghi pochi millimetri, si attaccano al corpo delle femmine, molto più grande. Così tanto che, inizialmente, i maschi erano scambiati per parassiti.

E in effetti non è del tutto sbagliato. Quando uno o più maschi trovano una femmina, si attaccano a questa mordendola e rilasciando un enzima che digerisce la pelle sino ai vasi sanguigni.

Fu-sio-ne!

Una volta che il sistema circolatorio dei due innamorati si fonde, il maschio può ricevere i nutrienti dalla femmina, mentre questa in cambio ottiene gli spermi per fecondare le uova. Una femmina può ospitare più maschi, che rimangono in vita sinché la loro compagna non muore, prendendo parte a diverse deposizioni. Ecco un caso di poliamore che è destinato ad avere successo nel tempo!

Prima di tutto, il cibo

Prima dell’amore, però, è ancora più importante nutrirsi. E no, non tutti possono fare come i maschi “parassiti” appena descritti che ottengono i nutrienti dal sangue della compagna. Quindi…

Cosa mangiano gli animali abissali?

Ebbene, la base dell’alimentazione è il materiale organico che sprofonda dalle zone superficiali e organismi produttori primari chemiosintetici.

Ecosistemi indipendenti dalla luce

Una scoperta importantissima della nave britannica Challenger, che tra l’11.872 e l’11.876 EU (1872-1876 d.C.) salpò con lo scopo di indagare le profondità oceaniche, fu quella delle sorgenti idrotermali che, nei pressi delle Galapagos, creano veri e propri ecosistemi in assenza di luce. Dalle sorgenti idrotermali, che oggi sappiamo essere molto più diffuse di quanto immaginato a fine Ottocento, sgorga acqua geotermica riscaldata fino a 400°C.

Il fluido contiene all’interno composti chimici usati da speciali batteri per ricavare energia con la chemiosintesi. Questo termine indica un processo grazie al quale si producono sostanze organiche con l’energia derivante da reazioni chimiche e non luminose, come nel caso della fotosintesi. Questi batteri sono alla base di una catena alimentare complessa, che culmina con i pesci predatori.

Predatori particolari

Alcuni predatori, o forse è meglio dire bestie abissali, sono in grado di inghiottire prede più grandi della loro taglia. Un esempio?

L’inghiottitore nero (Chiasmodon niger), pesce abissale lungo 25 cm diffuso nelle acque oceaniche tra i 750 e 2750 metri di profondità. Grazie al suo stomaco estensibile, è in grado di ingerire prede lunghe il doppio e pesanti sino 10 volte la sua massa. Strano. Bizzarro, non saprei come altro descriverlo.

 

Uno degli animali abissali più famosi. Il pesce inghiottitore nero (Chiasmodon niger) è in grado di ingerire prede lunghe il doppio e pesanti sino 10 volte la sua massa. © Fonte

Il pesce blob

Ma se il pesce inghiottitore vi sembra strano preparatevi: ecco il pesce blob (Psychrolutes marcidus), sicuramente avete già visto una sua foto. È famoso per la sua faccia… simpatica. In realtà il suo aspetto gelatinoso e informe che gli è valso il premio per “l’animale più brutto del mondo” deriva dai traumi da decompressione degli esemplari pescati e portati in superficie.

Infatti, questo pesce vive tra i 600 e il 1200 metri di profondità, dove la pressione è 60-120 volte maggiore rispetto a quella percepita in superficie. A queste profondità si presenta come un “pesce normale“.

 

Il pesce blob (Psychrolutes marcidus) in una foto che l’ha reso famoso. © Fonte

L’adattamento

Ma il suo aspetto è frutto di un adattamento straordinario. Il pesce blob non possiede una vescica natatoria e quindi non riesce a controllare la sua galleggiabilità nell’acqua. Inoltre, la densità della sua massa gelatinosa è di poco inferiore a quella dell’acqua. In questo modo riesce a galleggiare sul fondo oceanico senza fare troppi sforzi, facendosi trasportare dalle correnti. Geniale!

Il calamaro gigante

Il pesce blob è carino, certo, ma sicuramente l’animale abissale più conosciuto è il calamaro gigante, a lungo ritenuto una creatura leggendaria. Inizialmente era conosciuto esclusivamente per resti di animali ormai morti, ma, finalmente, nel 12.012 EU (2012 d.C.) è stato avvistato un esemplare vivo, prontamente ripreso da una troupe televisiva.

Si stima che la femmina di questa specie possa arrivare a 13 metri di lunghezza. Dimensioni che fanno del calamaro gigante il secondo invertebrato più grande al mondo.

Avete capito bene, c’è un invertebrato ancora più grande. Per l’esattezza un altro calamaro, chiamato “colossale“, che si pensa possa raggiungere i 500 kg. Esistono poi altre specie, come il calamaro vampiro, che vive a profondità di 600-900 metri e a livelli di saturazione dell’ossigeno insostenibili per altri organismi. O il calamaro Magnapinna, ancora più raro da avvistare, di cui si conoscono solo le forme giovanili.

Conclusioni

In questo articolo abbiamo fatto una carrellata di creature abissali e dei loro adattamenti. Ma non siamo arrivati al fondo degli abissi. Quali misteriose creature celano i punti più profondi dell’oceano? Lo scopriremo nella prossima puntata!

Erika Heritier

Mi chiamo Erika e sono laureata in Scienze dei Sistemi Naturali all'Università di Torino e mi diverto a scrivere. Mi piace creare nuovi contenuti originali: grafiche, video, articoli al fine di spiegare la scienza in modo semplice ai "non addetti ai lavori". Le scienze della natura sono interessanti, ricche di piccoli segreti e misteri da portare alla luce. Conoscere la natura significa anche rispettarla e migliorare il proprio rapporto con l'ambiente, in modo da cambiare, di conseguenza, la nostra società.

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